Il comitato paralimpico internazionale dice no alla divisa dell’Ucraina con la mappa del paese

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Mancano ormai poche ore alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, in programma venerdì 6 marzo all’Arena di Verona, e un nuovo caso legato ai simboli della guerra, purtroppo, torna a far parlare di sé. Il Comitato paralimpico internazionale (Ipc) ha infatti vietato alla delegazione ucraina di indossare la divisa cerimoniale che era stata appositamente disegnata per l’occasione, una giacca che raffigurava la mappa del territorio nazionale entro i confini riconosciuti a livello internazionale, comprensiva quindi della Crimea e delle regioni del Donbas. Una decisione, quella presa dall’organismo che regola lo sport paralimpico, che si inserisce in un clima già teso per via della riammissione di atleti russi e bielorussi con le proprie bandiere e i propri inni nazionali, una circostanza, quest’ultima, che aveva spinto il Comitato paralimpico ucraino a minacciare inizialmente il boicottaggio della cerimonia inaugurale.

La mappa dell’Ucraina tra i territori occupati e il regolamento

Secondo quanto spiegato dal presidente del Comitato paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych, la divisa incriminata, un’idea del designer Viktor Anisimov, era stata concepita come un messaggio forte e inequivocabile, quasi un grido silenzioso per riaffermare l’esistenza di un’Ucraina integra, non mutilata dall’occupazione russa. L’intento, come spesso accade in questi contesti, era di natura identitaria e commemorativa, ma l’Ipc ha valutato la presenza della carta geografica alla stregua di uno slogan politico, richiamando il proprio regolamento che vieta espressamente “testi di inni nazionali, parole motivazionali, messaggi pubblici o politici” e, in virtù di una interpretazione estensiva della norma, anche la rappresentazione cartografica di una nazione, che rientrerebbe a pieno Titolo in tale categoria. Ne è nato un acceso confronto, con Sushkevych che ha criticato quella che ha definito una burocrazia sorda alle ragioni di un popolo in guerra, costretto a modificare in extremis l’abbigliamento per poter sfilare, anche se va detto che la delegazione ucraina, forte della sua rappresentanza più numerosa di sempre con 25 atleti e 10 guide, sarà comunque presente ai Giochi.

Il precedente del casco di Heraskevych e il ritorno delle bandiere russe

Non è la prima volta che lo sport ucraino si scontra con i divieti internazionali in questa edizione dei Giochi invernali. Appena poche settimane fa, durante le Olimpiadi, lo skeletonista Vladyslav Heraskevych era stato squalificato per aver voluto gareggiare con un casco personalizzato che raffigurava i volti di atleti e allenatori ucraini uccisi nel conflitto con la Russia, una vicenda che aveva sollevato un polverone di polemiche e che, in qualche modo, preannunciava l’attuale disputa sulle divise paralimpiche. L’ombra del conflitto, e le sue inevitabili ricadute simboliche, si allunga dunque su Milano Cortina 2026, complice anche la scelta dell’Ipc di riammettere gli atleti russi e bielorussi con i loro simboli nazionali, una decisione presa già nell’autunno precedente tramite votazione assembleare e che il numero uno della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, non ha esitato a definire fonte di “problemi” e di “complicazioni” in un contesto geopolitico già reso fragile da altre tensioni internazionali. La soluzione trovata per le divise, con una modifica last minute approvata dall’Ipc, risolve l’immediato intoppo burocratico, ma lascia intatto il nodo di fondo, ovvero la difficoltà di tenere separati i valori dello sport, o meglio la loro celebrazione, dagli orrori della storia contemporanea.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.