Paralimpiadi, niente portabandiera alla cerimonia d’apertura: l’Ipc cambia tutto all’Arena di Verona

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Nessun atleta sfilerà con la bandiera del proprio Paese, venerdì prossimo, quando all’Arena di Verona prenderà ufficialmente il via la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Una decisione, quella assunta dal Comitato Paralimpico Internazionale, che non ha precedenti nell’era moderna dei Giochi e che, nelle intenzioni dichiarate dell’organismo, vorrebbe rispondere a mere esigenze organizzative: si tratta, spiegano dall’IPC, di evitare di allontanare gli atleti dai villaggi e dalle strutture dove sono attesi per le competizioni del giorno successivo, considerando le distanze e i tempi di trasferimento. Eppure, a leggere la piega che hanno preso gli eventi nelle ultime settimane, appare quantomeno riduttivo ricondurre la scelta alla sola logistica, quando il clima che circonda l’avvio della rassegna paralimpica è da tempo rovente per ragioni di natura squisitamente politica.

A monte di questa soluzione radicale, che vedrà dei volontari sostituire gli atleti nel ruolo di portabandiera durante la sfilata — con le immagini degli sportivi già registrate che verranno comunque trasmesse nel corso della diretta televisiva —, c’è infatti un boicottaggio annunciato e organizzato da diverse delegazioni. Il casus belli è rappresentato dalla recente e controversa riammissione degli atleti di Russia e Bielorussia, i quali potranno gareggiare sotto i rispettivi simboli nazionali, bandiera e inno compresi. Una possibilità, questa, negata invece durante le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 e che ha scatenato la reazione indignata di almeno otto nazioni, Ucraina in testa, seguite da Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, tutte pronte a disertare in blocco la cerimonia per non dividere il palcoscenico con i rappresentanti di Mosca e Minsk.

La posizione dell’IPC, che pure aveva inizialmente cercato di mediare sulla questione delle divise, come nel caso della maglia della squadra ucraina ritenuta troppo politica per via della raffigurazione della mappa nazionale comprendente Crimea e Donbas, appare ora sempre più nel mirino delle critiche. Le tensioni, lungi dall’essere riassorbite, hanno finito per rendere impraticabile la tradizionale parata delle bandiere, spingendo l’organizzazione a optare per una formula che evitasse il vuoto lasciato dai Paesi assenti. Non si tratta, però, di una semplice toppa a un problema contingente, bensì della presa d’atto di una spaccatura profonda, che vede da un lato la linea dura di chi considera inaccettabile la presenza di Russia e Bielorussia con i propri vessilli — in nome della perdurante violazione della tregua olimpica e del conflitto in Ucraina — e dall’altro chi, come il Comitato stesso, si è dovuto adeguare a sentenze del Tribunale Arbitrale dello Sport e a pressioni diplomatiche di segno opposto.

Una frattura che si allarga e lo spettro di Mosca 1980

Il precedente evocato da più parti, per trovare un paragone nella storia della manifestazione, risale ormai a quarantasei anni fa, quando a Mosca 1980 si sfilò senza bandiere, sebbene in un contesto geopolitico completamente diverso e per ragioni legate al boicottaggio occidentale. Stavolta, però, la frattura è trasversale e ha visto anche esponenti del governo italiano, pur con posizioni differenziate al proprio interno, esprimere contrarietà alla scelta dell’IPC: i ministri Antonio Tajani e Andrea Abodi, in particolare, hanno ribadito l’incompatibilità della partecipazione russa e bielorussa con i simboli nazionali, sostenendo la necessità del mantenimento dello status di atleti neutrali. D’altra parte, la stessa Unione Europea ha fatto sapere che non sarà rappresentata ufficialmente alla cerimonia veronese, in segno di protesta.

Ne deriva un quadro complesso e denso di implicazioni, in cui lo sport paralimpico, tradizionalmente percepito come una sfera di inclusione e di superamento delle barriere, si trova suo malgrado al centro di tensioni internazionali che nulla hanno a che fare con lo spirito agonistico. La decisione di eliminare la figura del portabandiera, per quanto giustificata con motivazioni logistiche, rappresenta oggettivamente una soluzione tampone per gestire un’assenza annunciata, quella di numerose squadre, che avrebbe rischiato di mandare in scena una passerella vuota e dal forte significato simbolico negativo. L’Arena di Verona, scenario di straordinaria suggestione, ospiterà dunque una cerimonia mutilata di uno dei suoi momenti più solenni e identitari, lasciando spazio alla presenza di volontari e a filmati registrati.

Divise sotto accusa e il nodo della comunicazione politica

Parallelamente alla vicenda dei vessilli, un altro fronte di polemica ha tenuto banco nei giorni immediatamente precedenti l’evento, ed è quello relativo alle uniformi ucraine, bloccate dall’IPC perché recanti una mappa che includeva i territori contesi. Una mossa, quella del Comitato, che ha ulteriormente irrigidito le posizioni di Kiev: il presidente del Comitato Paralimpico Ucraino, Valeriy Sushkevych, aveva difeso la divisa definendola «molto bella e ricca di significato», concepita per testimoniare l’esistenza dell’Ucraina con tutti i suoi territori. La replica dell’IPC è stata netta, facendo rientrare la rappresentazione cartografica nella categoria dei messaggi politici vietati dal regolamento, al pari di inni o slogan identitari.

Al di là degli aspetti tecnici e regolamentari, ciò che emerge con chiarezza è l’impossibilità di separare l’evento sportivo dal contesto bellico che insanguina l’Europa orientale. E mentre gli atleti paralimpici russi e bielorussi ammessi — una dozzina circa in totale — si preparano a gareggiare sotto le proprie bandiere in varie discipline, dallo sci alpino al biathlon, passando per lo snowboard, il clima di apertura dei Giochi appare irrimediabilmente segnato. L’ombra del conflitto, con i suoi riflessi sulle scelte degli organismi sportivi internazionali, si allunga così sulla kermesse italiana, trasformando quella che doveva essere una festa di sport e integrazione in un complicato rebus diplomatico.

Volontari in passerella e l’assenza di uno dei riti più amati

Saranno quindi dei volontari, scelti per l’occasione, a portare in scena i vessilli delle cinquantasei nazioni partecipanti, in una coreografia che gli organizzatori sperano possa risultare comunque suggestiva ma che difficilmente potrà celare l’anomalia della situazione. I veri protagonisti, gli atleti, seguiranno la cerimonia da lontano o al più attraverso gli schermi, concentrati sulle gare imminenti o, in molti casi, distanti dall’Arena proprio per scelta politica. Resta l’amaro in bocca per un appuntamento che, nella tradizione paralimpica, rappresenta un momento di visibilità e di orgoglio per comunità spesso ai margini dell’attenzione mediatica, e che stavolta si apre all’insegna del compromesso e della rinuncia.

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