Garlasco, la difesa di Sempio smonta le prove della procura: “Il piede non è compatibile”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel complicato mosaico giudiziario che, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, continua a tenere banco a Garlasco, il fronte della difesa di Andrea Sempio – unico indagato nella riapertura del caso – ha deciso di andare all’attacco prima ancora dell’eventuale celebrazione di un nuovo processo. I legali del trentottenne, che da oltre un anno si trova al centro delle attenzioni della procura di Pavia, hanno depositato una serie di consulenze tecniche che mirano a demolire pezzo per pezzo l’impalcatura accusatoria costruita dagli inquirenti.

Si tratta di una mossa strategica precisa, che cerca di anticipare il momento delicatissimo della richiesta di rinvio a giudizio, prevista nelle prossime ore, e che punta a spostare il baricentro della verità giudiziaria su un terreno, quello delle analisi scientifiche, storicamente decisivo per le sorti di questa vicenda.

Il nodo dell’impronta e delle scarpe: una questione di centimetri

Tra i punti più dibattuti dell’inchiesta c’è senz’altro la cosiddetta “traccia 33”, una impronta palmare che la procura ritiene cruciale. I consulenti della difesa, tra cui il dattiloscopista Luigi Bisogno e l’ex poliziotto Armando Palmegiani, sostengono però che questa rilevazione sia di fatto inutilizzabile ai fini identificativi. La loro contro-perizia, depositate in Procura, ne contesta la “chiarezza” e la “documentabilità”, affermando che mancano i requisiti minimi per un giudizio certo.

Ma è sulla dinamica materiale dell’aggressione, e in particolare sulle orme lasciate dall’assassino, che il contrasto diventa frontale. La procura aveva sottolineato la compatibilità delle scarpe rinvenute con il piede di Sempio; la difesa, invece, rovescia completamente questa conclusione. Attraverso misurazioni tridimensionali e l’analisi della larghezza del piede, gli esperti della difesa sostengono che la scarpa con la suola a pallini – quella che ha impresso la traccia sulla scena del crimine – è progettata per contenere un piede largo al massimo 9,5 centimetri.

Quello di Andrea Sempio, stando ai rilievi dello stesso consulente della procura Cristina Cattaneo, misura invece tra gli 11,5 e i 12 centimetri. Una differenza, quest’ultima, che per i legali renderebbe fisicamente impossibile l’indossamento di quella calzatura da parte del loro assistito.

Soliloqui in auto e nuove letture tecniche del delitto

Non meno complessa è la questione legata alle intercettazioni, in particolare ai cosiddetti “soliloqui” che Sempio teneva mentre era alla guida della sua auto. Gli inquirenti avevano visto in quei discorsi da solo, nei quali l’uomo sembrava commentare i fatti di cronaca, un potenziale indizio. La difesa, rappresentata dall’avvocato Liborio Cataliotti, ha però fornito una chiave di lettura radicalmente diversa: non si tratterebbe di confessioni o ammissioni implicite, ma di dialoghi virtuali.

Sempio starebbe, in pratica, replicando ad alta voce a quanto ascoltava alla radio o nei podcast, “ripulendo” così quelle frasi da ogni intento auto-accusatorio. Parallelamente, un’altra perizia affidata al medico legale Sabino Pelosi ridisegna i contorni temporali e fisici dell’omicidio. L’analisi delle lesioni – definite “modeste e superficiali” sugli arti superiori – porta a escludere una lunga colluttazione o una reazione difensiva importante da parte della vittima.

Piuttosto, si delineerebbe una sequenza di azioni più frammentata e rapida di quanto ipotizzato in passato, un particolare che potrebbe influenzare la ricostruzione della presenza di Sempio sulla scena del crimine.

Il Dna sotto le unghie e il fronte della revisione per Stasi

Sul versante delle tracce biologiche, la strategia difensiva mette in discussione anche il valore del materiale genetico trovato sotto le unghie di Chiara Poggi. La consulenza della genetista Marina Baldi, depositata nei giorni scorsi, ha definito questo elemento “fragile” e parziale. Secondo la difesa, infatti, i profili genetici rilevati sarebbero “misti, incompleti” e non potrebbero essere interpretati come prova di un contatto aggressivo diretto tra l’indagato e la vittima.

Si prospettano, al contrario, ipotesi alternative come la contaminazione o il trasferimento occasionale, un tema tecnico che promette di accendere i riflettori nelle prossime udienze. In questo scenario complesso, a fare da contraltare c’è la figura di Alberto Stasi. L’uomo, che sconta una condanna definitiva per lo stesso omicidio, vede ora la procura di Pavia propendere per la revisione del processo, consegnando i faldoni alla procura Generale di Milano.

Un paradosso giudiziario che rischia di creare quella che alcuni addetti ai lavori hanno definito una sorta di “ingorgo processuale”: da un lato la difesa di Sempio che cerca di dimostrare l’incompatibilità delle prove, dall’altro gli avvocati di Stasi che spingono per la scarcerazione.

Lettere e silenzi: il clima dello scontro processuale

Mentre i tecnici lavorano su dna e impronte, il clima dello scontro è diventato incandescente anche al di fuori delle aule giudiziarie. A gettare benzina sul fuoco ci hanno pensato due lettere scritte di proprio pugno da Giuseppina Sempio, madre di Andrea, e indirizzate ad Alberto Stasi durante la sua detenzione. Emerse durante la trasmissione “Ore 14 Sera”, queste missive sono state descritte come cariche di un rancore profondo.

In una di esse, datata 31 gennaio 2019, la madre dell’indagato scriveva al condannato: “Stai tranquillo, non ho intenzione di insultarti, ti basta guardarti allo specchio la mattina”, per poi aggiungere un amaro auspicio sul destino di chi avrebbe fatto del male alla sua famiglia. Dall’altra parte, l’avvocato di Stasi, Antonio De Rensis, ha scelto la linea della compostezza, osservando come la madre del suo assistito abbia sempre vissuto il dolore in silenzio, senza mai scrivere lettere piene di odio a chicchessia.

Un contrasto, quello tra le famiglie, che sembra ormai consolidato e che accompagna come una colonna sonora il lavoro certosino dei periti, mentre l’intera cittadina di Garlasco attende di sapere se, a distanza di anni, qualcuno degli equilibri processuali stia realmente per cambiare.

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