Piemonte, la lunga ritirata delle banche: due comuni su tre senza sportello

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il silenzio che avanza nei piccoli centri del Piemonte non è quello delle piazze deserte, ma il rumore sordo delle serrande degli sportelli bancari che si abbassano, una dopo l'altra, lasciando dietro di sé un vuoto difficile da colmare. Un fenomeno che, ormai da anni, procede inesorabile e che, secondo gli ultimi dati diffusi da CNA nazionale, assume oggi i contorni di una vera e propria emergenza economica e sociale.

La cosiddetta desertificazione bancaria continua a restringere la presenza degli istituti di credito sul territorio, allontanando cittadini e imprese da un servizio che, per molti, resta essenziale: la percentuale di comuni piemontesi rimasti senza alcuna filiale tocca quota 65,8%, un dato che colloca la regione al quarto posto in Italia per questo tipo di spopolamento finanziario, preceduta solamente da Molise, Calabria e Valle d'Aosta.

Torino, un primato negativo per le imprese

Le imprese, in molti casi, restano, mentre le banche battono in ritirata. E il dato che emerge dall'analisi della Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa è particolarmente eloquente per quanto riguarda la provincia di Torino: quasi 20 mila attività, per la precisione 19.706, hanno la loro sede in comuni che non dispongono più di uno sportello bancario, un numero che rappresenta il valore più elevato d'Italia.

Si tratta di un primato negativo che racconta in modo plastico la dimensione della desertificazione bancaria sul territorio e il concreto rischio di un progressivo allontanamento tra il sistema del credito e il tessuto produttivo locale, un allontanamento che finisce per penalizzare soprattutto quelle piccole e medie imprese che rappresentano la spina dorsale dell'economia regionale.

Perché se è vero che la digitalizzazione dei servizi bancari rappresenta un'opportunità, è altrettanto vero che il rapporto diretto con un interlocutore fisico, che conosce il territorio e le sue dinamiche, resta per molti imprenditori un elemento imprescindibile.

Il paradosso della densità

Eppure, il quadro che emerge dal Piemonte presenta anche un paradosso tutto sommato italiano, dove le medie nazionali finiscono spesso per nascondere realtà locali molto diverse tra loro. Pur disponendo, infatti, di province che figurano tra le migliori in Italia per densità di sportelli rispetto alla popolazione, la copertura territoriale del servizio bancario resta estremamente disomogenea. Il caso della provincia di Cuneo è emblematico: quarta in Italia per numero di sportelli ogni 100 mila abitanti, mantiene una filiale in appena 104 dei suoi 247 comuni.

Situazione analoga, se non più grave, si registra nell'Astigiano: Asti è quinta nella graduatoria nazionale per densità di sportelli, ma il servizio è presente in soli 47 comuni su 117, lasciando di fatto la stragrande maggioranza dei piccoli centri senza un punto di riferimento bancario fisico.

È una fotografia che restituisce una doppia lettura: da un lato, una rete ancora relativamente concentrata in alcuni snodi urbani o in aree specifiche; dall'altro, decine di paesi nei quali cittadini, attività commerciali e amministrazioni locali devono rassegnarsi a percorrere chilometri per le operazioni che richiedono la presenza di uno sportello.

I numeri della desertificazione

La mappa della desertificazione bancaria in Piemonte disegna un territorio a macchia di leopardo, dove la presenza del credito si dirada progressivamente man mano che ci si allontana dai grandi centri. Sono oltre 665 mila i cittadini piemontesi che risiedono in comuni completamente privi di sportelli bancari, e ben 48.300 sono le imprese che in quei territori operano senza avere un interlocutore finanziario diretto.

Un numero che sale vertiginosamente se si considera che molti di questi comuni sono piccoli centri montani o collinari, dove la chiusura di una filiale non rappresenta soltanto un disagio logistico, ma un vero e proprio colpo al tessuto sociale e alla capacità di tenuta delle comunità locali.

A lanciare l'allarme, oltre a CNA, sono anche i sindacati: First Cisl, attraverso il proprio osservatorio, ha più volte sottolineato come la ritirata delle banche dai territori più fragili rischi di lasciare ampi spazi all'illegalità e all'usura, eliminando un presidio di legalità che per molti anziani e piccoli imprenditori era l'unico punto di riferimento per le proprie necessità economiche.

La risposta della politica

Di fronte a un fenomeno che ormai ha assunto dimensioni strutturali, anche la politica regionale ha cominciato a muovere i primi passi per tentare di arginare un'emorragia che sembra inarrestabile.

La Regione Piemonte ha avviato un tavolo di confronto con l'ABI, l'Associazione Bancaria Italiana, e gli istituti di credito, mentre in Consiglio regionale sono state presentate interrogazioni e ordini del giorno per chiedere conto del piano di chiusure e per cercare di individuare soluzioni alternative che possano garantire la permanenza dei servizi bancari nei comuni più fragili.

L'Assessore regionale Marco Gallo ha parlato esplicitamente di "patto etico" per impegnare le banche a trovare soluzioni alternative alla chiusura delle agenzie, e ha menzionato l'esperienza di servizi come Mooney, che consentono di effettuare operazioni bancarie di base presso esercizi commerciali come tabaccherie o edicole, una soluzione che però, allo stato attuale, non sembra in grado di sostituire pienamente il rapporto diretto con una filiale.

Per Giovanni Genovesio, presidente di CNA Piemonte, la partita si gioca su un terreno più ampio: "La banca non è soltanto il luogo dove si apre un conto corrente. Per una piccola impresa rappresenta un interlocutore che conosce il territorio, comprende i progetti imprenditoriali e accompagna gli investimenti. La progressiva chiusura degli sportelli rischia di indebolire questo rapporto di fiducia e di lasciare senza punti di riferimento migliaia di imprese, proprio nei territori più fragili e periferici".

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