Il Consiglio dei ministri vara il blocco navale, Meloni chiede al Parlamento un’approvazione veloce
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Redazione Interno
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Il semaforo verde è scattato mercoledì 11 febbraio al termine di una riunione del Consiglio dei ministri che ha incassato, e quindi formalizzato, il disegno di legge che introduce nuove disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, un provvedimento che il governo intende incardinare nelle Camere quanto prima. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto gli indugi rivolgendosi direttamente al Parlamento perché si proceda speditamente all’esame del testo, un passaggio che la maggioranza considera dirimente per dimostrare la tenuta dell’esecutivo su uno dei fronti qualificanti del suo programma -2. Nel dettaglio, la bozza del ddl – che recepisce anche le indicazioni per l’attuazione del Patto Ue sulla migrazione e l’asilo – estende le maglie dell’interdizione in acque territoriali: l’accesso potrà essere vietato fino a dodici miglia dalla costa per un periodo iniziale di trenta giorni, prorogabile fino a sei mesi, qualora si configuri una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, incluso il rischio concreto di infiltrazioni terroristiche o un’emergenza sanitaria di rilievo -1-10.
La nozione di Paese terzo sicuro e il rilancio del modello Albania
Uno dei perni attorno a cui ruota l’intera architettura del disegno di legge è la possibilità, per chi viene soccorso o intercettato a seguito del blocco navale, di essere trasferito verso Stati terzi – escludendo tassativamente il Paese d’origine – con i quali l’Italia abbia in essere intese bilaterali; e qui si innesta il rilancio, peraltro mai sopito, del protocollo operativo siglato con l’Albania, quelle strutture volute dal governo per processare le domande d’asilo fuori dal territorio nazionale e che, complice una serie di pronunce giudiziarie, giacciono in una sorta di limbo funzionale -1-10. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva peraltro preparato il terreno nei giorni immediatamente precedenti, rivendicando come un successo dell’esecutivo l’approvazione in sede europea dei regolamenti che definiscono l’elenco e il concetto stesso di “Paese terzo sicuro”; un’impostazione, ha tenuto a sottolineare lo stesso Piantedosi, che allinea la normativa italiana a quella di Paesi come Egitto, Tunisia e Bangladesh, già inseriti nella lista dei luoghi in cui un richiedente asilo avrebbe potuto ottenere protezione e per i quali, dunque, l’istanza presentata in Italia potrebbe essere dichiarata inammissibile -3.
La stretta su espulsioni, rimpatri e ricongiungimenti familiari
Non soltanto interdizioni marittime, però, perché il testo licenziato da Palazzo Chigi allarga in maniera considerevole il catalogo dei reati che comportano l’espulsione dello straniero, inserendo fattispecie come la violenza o la minaccia a pubblico ufficiale, la riduzione in schiavitù e i maltrattamenti in famiglia, oltre ai delitti contro il patrimonio e l’ordine pubblico; si interviene altresì sulla tempistica, con l’introduzione del rimpatrio accelerato verso i Paesi ritenuti sicuri, procedura che potrà essere attivata addirittura prima dell’ingresso fisico del migrante nel territorio dello Stato -2. In parallelo, vengono irrigiditi i criteri per i ricongiungimenti familiari, laddove si richiede una verifica più stringente sulla genuinità dei legami e sul livello d’integrazione, escludendo di fatto chi sia già stato giudicato socialmente pericoloso. E ancora, sul versante dei Centri di Permanenza per i Rimpatri, il provvedimento ha sollevato la reazione immediata dell’opposizione: Riccardo Magi, tra i primi a esaminare la bozza, ha parlato di una limitazione inaudita, nonché probabilmente incostituzionale, dei poteri ispettivi dei parlamentari all’interno di quelle strutture, una disposizione – ha annunciato – contro cui le minoranze opporranno una resistenza serrata in Aula -2.
La reazione di Don Bosco 2000 e il monito sull’arretramento culturale
Al di là degli schieramenti politici, la risposta più netta è giunta dall’associazione Don Bosco 2000, da anni impegnata sui corridoi umanitari e nell’accoglienza diffusa; il presidente Agostino Sella ha utilizzato parole che difficilmente si prestano a fraintendimenti, parlando di un Paese che, norma dopo norma, sta scegliendo di “diventare meno umano” -8. Non si tratta, secondo Sella, di una mera opzione amministrativa, bensì di una piega culturale che preferisce la costruzione di barriere fisiche e burocratiche alla fatica di tessere relazioni. L’associazione ha poi puntato il dito contro la narrazione dell’invasione – smentita, a suo dire, dai numeri reali degli sbarchi – e contro il costo del cosiddetto modello Albania, definito un investimento miliardario a carico dei contribuenti italiani per strutture rimaste sostanzialmente vuote e incapaci di incidere sui flussi reali -8. Don Bosco 2000 ha infine richiamato l’attenzione sulla condizione nei CPR, quei luoghi che l’associazione definisce “carceri amministrative” dove persone prive di condanne penali subiscono una detenzione prolungata, e ha concluso rilevando l’enorme divario tra gli arrivi via mare – circa sessantamila nel 2025 – e la percentuale minima di rimpatri effettivamente eseguiti, una forbice che, a giudizio dell’associazione, espone la strategia governativa a una verifica stringente sui fatti, al netto di ogni propaganda -8.




