Arbeloa e la rissa Valverde-Tchouameni: “Un mio compagno una volta prese una mazza da golf…”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Siamo abituati a pensare che certe linee guida, in uno spogliatoio che ha vinto quindici Coppe dei Campioni, non debbano mai essere oltrepassate. E invece, alla vigilia del Clásico che potrebbe consegnare il titolo della Liga al Barcellona, al Camp Nou, il tecnico del Real Madrid Alvaro Arbeloa si è trovato a dover gestire una situazione paradossale: minimizzare una rissa tra due dei suoi calciatori più rappresentativi, Federico Valverde e Aurélien Tchouaméni, senza però banalizzarla del tutto. “La rissa Tchouameni-Valverde? Roba da educande”, ha lasciato intendere con una certa ironia, esordendo però con un aneddoto che ha sollevato più di un sopracciglio tra i cronisti presenti. “Io ho avuto un compagno – ha raccontato Arbeloa – che ha preso una mazza da golf e ha dato una mazzata a un altro”. Con questa immagine, certamente forte, l’allenatore ha cercato di sdrammatizzare l’accaduto: quello che i giornali spagnoli descrivono come un pugno che ha mandato il “pajarito” uruguaiano al pronto soccorso con un trauma cranico, per Arbeloa non è altro che uno di quegli incidenti di percorso che, seppur spiacevoli, sono sempre esistiti nel calcio che conta.

D’altronde, la conferenza stampa di Arbeloa non poteva concentrarsi solo sull’aspetto tattico della sfida contro i blaugrana; sarebbe stato ipocrita fingere che nulla fosse successo a Valdebebas. L’allenatore spagnolo, visibilmente provato ma fermo, ha spostato il baricentro del discorso su un concetto a lui molto caro: la sacralità dello spogliatoio. Secondo il suo punto di vista, molto più grave della scazzottata in sé è stata la fuga di notizie che ha permesso alla stampa di ricostruire l’accaduto minuto per minuto. “Far trapelare certe notizie è un atto di slealtà”, ha tuonato, parlando apertamente di “tradimento” nei confronti dell’istituzione madrilista. Pur ammettendo di non lavorare per la CIA e di non avere idea di chi sia stata la “talpa”, Arbeloa ha ribadito che certe dinamiche dovrebbero rimanere blindate tra le mura del club, quasi come un codice d’onore non scritto che egli stesso dice di aver rispettato ai tempi d’oro della sua carriera da giocatore.

La rabbia repressa e il “rogo pubblico”

Nel tentativo di spegnere l’incendio mediatico – che ormai ha messo in secondo piano la partita decisiva contro il Barcellona – Arbeloa ha fatto leva sull’orgoglio di gruppo e sulla necessità di voltare pagina. “Io voglio che Valverde e Tchouameni continuino a combattere per il Real Madrid”, ha dichiarato, sottolineando come entrambi abbiano già ammesso l’errore, chiesto scusa e pagato le dovute conseguenze disciplinari. E aggiungendo: “Non crocifiggerò nessuno pubblicamente, perché non se lo meritano”. Questa presa di posizione, che molti hanno letto come un atto di protezione nei confronti di una squadra allo sbando (eliminata da tutte le competizioni e con zero titoli in bacheca), serve anche a mascherare una stagione definita “fallimentare” dalla stampa spagnola, dove la frustrazione per i risultati ha ormai raggiunto livelli di guardia. L’allenatore ha infatti assunto su di sé la responsabilità del momento negativo (“Sono io il responsabile”), ma ha liquidato le voci di una presunta mancanza di professionalità dei suoi giocatori come “bugie assolute”.

Quando la tradizione si scontra con la modernità

La riflessione più interessante, però, arriva dal riferimento alla memoria storica del club. Invocando lo “spirito di Juanito” – celebre leggenda del Real Madrid nota più per la sua grinta che per i suoi gesti tecnicamente puri – Arbeloa ha tentato un azzardo retorico: normalizzare la violenza come espressione di agonismo fuori controllo. Se da un lato ammette che la situazione è spiacevole (colpa anche di un po’ di “sfortuna” se Valverde è finito all’ospedale per un taglio), dall’altro lancia un messaggio cifrato ai suoi detrattori: nel calcio di alto livello, e specialmente in un ambiente maschile e competitivo come quello dello spogliatoio del Real Madrid, le tensioni esplodono. “Ai miei tempi”, sembra dire, “certe cose restavano tra noi”. E proprio questa nostalgia di un’omertà che non esiste più (o che non è più sostenibile nell’era dei social e degli smartphone) è forse la sua vera, amara, sconfitta in conferenza stampa.

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