Garlasco, l’esposto di Chiara Ingrosso e il rebus delle tracce mai repertate
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il caso di Garlasco, che da anni tiene banco tra aule di tribunale e studi televisivi, torna a infiammare il dibattito pubblico non tanto per un nuovo colpo di scena giudiziario, quanto per una guerra interna al mondo dell’informazione. A innescare l’ultima schermaglia è stata Chiara Ingrosso, giornalista ed ex inviata del programma “FarWest” condotto da Salvo Sottile, la quale ha depositato alla procura di Milano un esposto nel quale mette nero su bianco una serie di comportamenti anomali – a suo dire – riconducibili all’avvocato Antonio De Rensis, figura notissima tra i legali di Alberto Stasi. L’esposto, che secondo quanto trapelato farebbe leva su alcune registrazioni audio raccolte nell’ambito di un’inchiesta indipendente, punta il dito sulla presunta costruzione di false testimonianze; e proprio questi audio, che sarebbero stati ottenuti senza il consenso della parte ascoltata, costituiscono oggi il nodo centrale di un acceso confronto deontologico prima ancora che processuale.
La regia mediatica e le accuse di “doppiogiochismo” in redazione
Non è sfuggita a nessuno, tra gli addetti ai lavori, la tempistica con cui la vicenda è esplosa. La stessa Ingrosso, ospite di Gianluigi Nuzzi a “Quarto Grado”, ha ribadito la propria tesi con parole nette: “Io sospetto che De Rensis abbia costruito alcune dichiarazioni false”. Un’accusa gravissima che, di fatto, getta un’ombra non solo sul legale ma anche su una parte del materiale testimoniale raccolto negli anni. E tuttavia, a complicare ulteriormente il quadro, è intervenuto proprio Salvo Sottile, il quale – in un video diventato virale – ha duramente attaccato la sua ex inviata, accusandola di avere “tradito la testata”. Sottile, con domande retoriche che suonano come vere e proprie denunce pubbliche, si è chiesto: “Per chi lavorava questa signora? Con chi era in contatto, oltre che con la dottoressa Bruzzone?”. Secondo il conduttore, la giornalista avrebbe continuato a collaborare con la trasmissione mentre raccoglieva “prove sotto copertura” per conto di terzi, alimentando così un cortocircuito tra informazione e inchiesta personale che rischia di minare la credibilità di entrambe le parti.
Il ruolo della criminologa Bruzzone e le critiche all’articolo di Lucarelli
Dall’altra parte del fronte mediatico si muove Roberta Bruzzone, criminologa che da tempo segue il caso con interventi pubblici non privi di risonanza. Proprio alcuni audio sponsorizzati da Bruzzone sono finiti al centro di una polemica parallela, alimentata da un lungo pezzo di Selvaggia Lucarelli sul “Fatto Quotidiano”. Un articolo che, a giudizio di chi scrive, si distingue più per la sua “imbarazzante inconsistenza” che per la reale capacità di fare luce sulla vicenda; Lucarelli non ha infatti risparmiato frecciate all’avvocato De Rensis, mescolando però maliziose insinuazioni a pochi fatti certi. Il punto, al di là delle rivalità personali tra giornalisti e opinionisti, resta però un altro: quello della credibilità dei testimoni e del valore delle tracce biologiche rinvenute sulla scena del crimine. La famosa traccia di Dna di Chiara Poggi trovata sui pedali della bicicletta, ad esempio, continua a essere interpretata in modi opposti dalle varie consulenze, mentre qualcuno si interroga ancora sulle macchie mai repertate sulla porta della cucina: era sangue? Nessuna perizia ufficiale lo ha mai chiarito con assoluta certezza.
Le parole di Andrea Sempio e il peso di un’inchiesta ancora aperta
In questo groviglio di sospetti incrociati, spuntano infine le dichiarazioni di Andrea Sempio, il quale – parlando della vittima – ha commentato candidamente: “Chiara era avvenente ma non avevo nessun interesse”. Una frase che, per quanto sfuggente, riporta l’attenzione su un aspetto troppo spesso liquidato come secondario: la necessità di distinguere tra indizi, pregiudizi e prove. L’esposto di Chiara Ingrosso, al netto delle accuse di tradimento professionale rivolte da Sottile, ha quantomeno il merito di aver riacceso i riflettori su alcune zone d’ombra investigative: i comportamenti di De Rensis, la gestione mediatica di certi testi, e la catena di custodia di reperti mai analizzati come si doveva. Resta da vedere se la procura di Milano riterrà di aprire un fascicolo autonomo su queste nuove dichiarazioni, oppure se l’ennesimo capitolo del caso Garlasco finirà archiviato come una mera scaramuccia tra cronisti.




