Milano, la “rigenerazione” del consolato Usa costruita sugli schiavi indiani
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Redazione Interno
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La “rigenerazione urbana” tanto decantata per l’area dell’ex Tiro a Segno di Milano, dove sta sorgendo il nuovo palazzo del consolato americano – un’opera faraonica da 351 milioni di dollari distribuita su 40mila metri quadrati che dovrebbe vedere la luce nel 2028 – poggia, secondo quanto accertato dalla procura, su basi quantomeno inquietanti: quelle del lavoro para-schiavistico.
Quando il sindaco Giuseppe Sala impugnò la vanga per la posa della prima pietra nell’ottobre del 2022, parlò di “progetto innovativo e sostenibile” e di rinnovata “fiducia degli Stati Uniti” nel capoluogo lombardo; in nessun intervento pubblico, però, fu mai menzionato il costo umano di quell’operazione, quello che i pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno definito senza mezzi termini un vero e proprio meccanismo di “para-schiavismo”.
Un esercito di manodopera a due euro l’ora
La procura di Milano ha infatti disposto il controllo giudiziario d’urgenza per la Caddell Construction Co. Llc, il colosso americano con sede in Alabama (e una secondaria all’ombra della Madonnina) che si è aggiudicato l’appalto per la costruzione della nuova sede diplomatica. Secondo l’inchiesta coordinata dai pm e condotta dai carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, centinaia di operai – prevalentemente di etnia indiana, con un organico che nel solo 2025 oscillava tra le 311 e le 394 unità – sarebbero stati ridotti in condizioni di completa sudditanza.
L’analisi delle buste paga ha rivelato che, nonostante sulla carta risultassero retribuzioni attorno ai 4 euro l’ora (già di per sé irrisorie), una serie di decurtazioni illegittime per vitto e alloggio – quest’ultimo previsto a carico del datore di lavoro – abbassava la paga oraria effettiva a meno di due euro, con alcuni lavoratori che si sono visti consegnare buste paga nette da appena 600 euro al mese.
Il “pizzo” per arrivare in Italia e la catena del debito
Il sistema di reclutamento, emerso con chiarezza dagli atti investigativi, rivela una crudeltà quasi inaudita: gli uomini venivano selezionati in India attraverso una società intermediaria (con sede a Nuova Delhi) alla quale, per ottenere il visto e la “garanzia” del posto, erano costretti a versare un pizzo di circa 500mila rupie, l’equivalente di circa 5 o 6mila euro. Una somma che per quei lavoratori, provenienti da situazioni di indigenza, rappresentava un debito insostenibile, contratto spesso con altri familiari o usurai.
Una volta arrivati a Milano, quell’obbligazione morale diventava una gabbia fisica: la paga misera veniva ulteriormente decurtata – si parla di 500 euro al mese per un alloggio fatiscente e di ulteriori 350 euro in contanti per i pasti in cantiere – e a chi osava protestare o semplicemente ammalarsi, magari con la febbre alta, veniva risposto con l’intimidazione secca: “Ti rimandiamo a casa”.
Minacce, ritmi massacranti e la risposta della procura
La vita di questi operai, ospitati in residence tra Garbagnate Milanese e Pieve Emanuele, era scandita da turni massacranti che arrivavano a toccare le 12 ore giornaliere per sei giorni su sette; non c’era spazio per la ribellione né per i sindacati, la cui presenza è stata ostacolata in nome di una presunta “extraterritorialità” del cantiere. “Costretti a lavorare senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento” e quindi di rimpatrio, gli operai non potevano uscire da quella spirale.
È stata proprio questa condizione di vulnerabilità e ricatto – unita ai rischi per la sicurezza sul lavoro documentati dagli infortuni non curati – a spingere la procura a intervenire con la misura del commissariamento, una sorta di amministrazione controllata che affiancherà un commissario all’azienda americana con l’obiettivo di ripulire la filiera e regolarizzare le posizioni di quei lavoratori finora invisibili agli occhi delle istituzioni locali.
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