Il futuro fiscale delle associazioni culturali non ETS e la fine delle Onlus
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Redazione Economia
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Con l'approssimarsi del 1° gennaio 2026, data che segna l'effettiva entrata in vigore del nuovo regime fiscale per il Terzo settore, si delinea con sempre maggiore nitidezza il panorama nel quale dovranno muoversi gli enti associativi che, per scelta o per conformità, decideranno di non abbracciare la qualifica di ETS e la conseguente iscrizione al RUNTS. Le organizzazioni a vocazione culturale, in particolare, si trovano a dover analizzare con attenzione gli aspetti di natura reddituale che andranno a caratterizzare il loro operato, mantenendo lo status di mere associazioni non iscritte ad alcun registro specifico. Un passaggio, questo, che richiede una valutazione approfondita delle conseguenze dirette sul piano delle imposte sui redditi, le quali, sebbene spesso non rappresentino il fulcro principale delle loro attività, costituiscono un elemento ineludibile di gestione e pianificazione.
Il nuovo orizzonte per le Onlus
Un capitolo che si sta chiudendo, quello delle Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale, le cui sorti sono state ridefinite dalla riforma. Secondo i dati, aggiornati a maggio 2025, dell'Anagrafe tenuta dall'Agenzia delle entrate, la qualifica di Onlus interessava ancora circa novemila enti, un numero che si ritiene possa essere già diminuito nell'ultimo periodo. Questi soggetti, che per anni hanno operato in un quadro normativo ormai superato, si trovano oggi a un bivio obbligato, chiamati a decidere se transitare verso il registro unico nazionale del Terzo settore oppure ridefinire la propria identità giuridica e fiscale in un contesto differente. La scelta, come è facile intuire, non è meramente formale ma implica una riflessione strategica sulla propria missione e sulla sostenibilità economica.
L'incertezza sul fronte dell'IVA
Parallelamente alle questioni legate alle imposte dirette, persiste un'area di significativa incertezza che riguarda il trattamento IVA applicabile alle operazioni poste in essere a favore dei soci e dei tesserati. Il mondo associativo, infatti, attende da tempo di comprendere se il regime di esclusione dal campo di applicazione dell'imposta – un beneficio di non poco conto nella gestione ordinaria – verrà confermato o meno con l'avvio del nuovo anno. Sulla base della normativa vigente, che non lascia adito a molte interpretazioni, tale regime di favore è destinato a cessare a decorrere proprio dal 1° gennaio 2026. Questo comporterebbe, in assenza di interventi correttivi del legislatore, l'ingresso di tali operazioni nell'ambito di applicazione dell'IVA, con tutto ciò che ne consegue in termini di adempimenti, costi e complessità gestionali, aspetti dei quali molti di essi dovranno necessariamente tenere conto.
Uno scenario in divenire
La transizione verso il nuovo assetto, che coinvolge una pluralità di soggetti dalle storie e dalle finalità molto diverse tra loro, rappresenta dunque un momento di profonda trasformazione. Le associazioni culturali che opteranno per non diventare ETS dovranno misurarsi con un sistema fiscale le cui regole, per quanto riguarda il loro specifico profilo, sono ancora in parte da esplorare appieno. La fine dello status di Onlus per migliaia di enti e la potenziale scomparsa del regime IVA agevolato disegnano un orizzonte inedito, che richiederà un lavoro di adattamento non semplice. Molti di loro, che operano spesso con risorse limitate, si trovano a navigare in un mare di norme in evoluzione, dove l'unica certezza è la necessità di un'attenta analisi caso per caso.




