L’oro arretra a quota 5.100 dollari, ma le previsioni restano da record
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Redazione Economia
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Il metallo prezioso per eccellenza, l’oro, ha chiuso la seduta di lunedì 9 marzo in calo dell’1,2%, con il contratto spot attestandosi a 5.109 dollari l’oncia, un movimento al ribasso che gli operatori di mercato leggono come una fisiologica fase di consolidamento tecnico dopo i rimbalzi registrati nella parte finale della settimana precedente. Il rimbalzo di venerdì, lo si ricorderà, era arrivato sulla scia della pubblicazione del rapporto sull’occupazione americana di febbraio, dati che avevano riaperto qualche spiraglio su un possibile allentamento della politica monetaria. Tuttavia, l’attenzione degli investitori, in questa fase così convulsa, rimane catalizzata dal livello psicologico, prima ancora che tecnico, dei 5.000 dollari: sarà questa la linea del Piave per le prossime settimane, il vero banco di prova per capire se la corsa del metallo giallo potrà riprendere slancio o se si assisterà a una correzione più profonda.
Il greggio e il biglietto verde mettono all’angolo il bene rifugio
A pesare sulla quotazione dell’oro, in queste ore, è una dinamica di mercato che vede il dollaro americano e il petrolio giocare un ruolo da protagonisti, quasi da antagonisti nei confronti del lingotto. L’escalation militare in Medio Oriente, giunta ormai al suo decimo giorno, ha infatti innescato un’impennata del prezzo del greggio — con il West Texas Intermediate che ha fatto segnare un balzo di oltre il venticinque per cento — alimentando nuovi timori inflazionistici. È questa una variabile che, paradossalmente, finisce per rafforzare il dollaro, il quale, in quanto valuta di riferimento per la quotazione del petrolio, beneficia di questi squilibri, toccando anzi livelli che non si vedevano dallo scorso novembre. E così, un biglietto verde più forte, tradizionalmente, rappresenta un ostacolo per l’oro, che diventa più costoso per chi detiene altre divise, e le aspettative di tassi d’interesse americani più elevati e prolungati per contrastare l’inflazione finiscono con l’erodere l’attrattiva di un asset, come il metallo prezioso, che non offre alcuna cedola.
Il paradosso di Dubai: l’oro fisico si sconta, la logistica si inceppa
Mentre i mercati finanziari globali osservano le quotazioni, accade qualcosa di anomalo e istruttivo nei circuiti fisici dell’oro, in particolare nella piazza di Dubai, uno dei crocevia fondamentali per il commercio mondiale di lingotti. I rivenditori locali, a causa del conflitto e delle conseguenti interruzioni logistiche, si trovano con i depositi pieni e le rotte di spedizione bloccate: gli aerei che possono volare sono pochi e la lista delle priorità per il carico, comprensibilmente, non include l’oro. Il risultato, come riportato da alcune fonti, è che per smaltire le scorte e far fronte ai costi crescenti di stoccaggio, questi operatori sono costretti a vendere a sconto, offrendo il metallo con un prezzo inferiore anche di trentacinque dollari l’oncia rispetto ai benchmark internazionali. Una situazione che getta una luce diversa sulla natura di "bene rifugio" dell’oro fisico in tempi di guerra: se è vero che il valore intrinseco rimane, la sua portabilità e la facilità di scambio vengono messe a dura prova quando le infrastrutture del trasporto aereo e marittimo vanno in tilt.
Dalla guerra al ricambio generazionale: il nuovo corso dell’Iran
Sul fronte geopolitico, la situazione rimane incandescente e densa di incognite, e questo, nonostante la pressione ribassista del dollaro, continua a fornire un pavimento alle quotazioni dell’oro. Le ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran non accennano a diminuire, e la nomina del nuovo Leader Supremo iraniano nella figura di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ayatollah Ali Khamenei caduto in battaglia, rappresenta un elemento di ulteriore complessità. Una successione che, agli occhi degli analisti, potrebbe allontanare qualsiasi prospettiva di una rapida risoluzione diplomatica del conflitto, mantenendo alta la tensione nella regione e, di riflesso, la domanda di beni considerati sicuri. Lo stesso presidente Donald Trump, che aveva definito "inaccettabile" l’ascesa del figlio, ha parlato di una durata della guerra nell’ordine di quattro o cinque settimane, ma la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una parte sostanziale del petrolio mondiale, suggerisce che i tempi potrebbero essere più lunghi e le ripercussioni economiche più pervasive.
Previsioni da record nonostante la correzione
Eppure, nonostante questa fase di stanca e di correzione, gli scenari prospettati per il futuro del metallo prezioso rimangono di quelli che fanno sognare gli investitori. Diversi istituti di credito e centri studi internazionali, tra cui colossi come J.P. Morgan e UBS, hanno rivisto al rialzo le loro stime per il prezzo dell’oro, ipotizzando che entro la fine dell’anno possa tranquillamente superare quota seimila dollari l’oncia, con punte, in alcuni scenari, anche di seimilatrecento dollari. Alla base di queste proiezioni non c’è solo la turbolenza geopolitica del momento, ma un cambiamento strutturale nella composizione delle riserve delle banche centrali, soprattutto quelle dei paesi emergenti, che continuano a diversificare il loro portafoglio allontanandosi dal dollaro, e una domanda privata in costante aumento. La quotazione attuale, dunque, con i suoi oscillazioni intorno ai 5.100 dollari, potrebbe rappresentare semplicemente una sosta tecnica, una pausa di riflessione in un trend rialzista di lungo periodo che sembra lungi dall’essere concluso, sempre che il livello dei 5.000 dollari, come si diceva, tenga e non venga violato al ribasso con decisione.




