Hantavirus, i luminari invitano alla “cauta prudenza” mentre il ministero aggiorna il vademecum per i medici
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Redazione Salute
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Non siamo di fronte a una recita del passato recente, e gli infettivologi – quelli stessi che hanno monitorato l’evoluzione del coronavirus Sars-CoV-2 – lo ripetono con insistenza: l’Hantavirus non è il Covid. A sostenerlo, in queste ore di allerta monitorata, sono due figure di spicco del panorama scientifico italiano: Claudia Balotta, la cremonese che guida il team che nel 2020 isolò il patogeno per primo in Italia, e Andrea Gori, primario di Infettivologia all’ospedale Sacco di Milano nonché direttore del Ceremi (Centro regionale malattie infettive). Quest’ultimo, in particolare, sta seguendo passo dopo passo l’emergenza attuale, e il suo appello – insieme a quello dei colleghi internazionali – è a mantenere alta la guardia senza cedere al panico. Si tratta, spiegano loro, di una questione di “cauta prudenza”: un’espressione che tenta di bilanciare la necessità di gestire un focolaio transcontinentale con la consapevolezza di avere a che fare con un agente patogeno dalle dinamiche profondamente diverse rispetto a quelle sperimentate durante la pandemia.
La circolare del ministero e le indicazioni per i medici
Per evitare che i casi sospetti sfuggano di mano – chiamiamola così: attenzione – il ministero della Salute ha diramato una nuova circolare operativa che aggiorna il vademecum destinato ai medici. Il documento fornisce un quadro dettagliato delle procedure da attivare qualora un paziente presenti i sintomi compatibili. Se si risponde alla definizione di caso sospetto, il sanitario consultato deve fornire al soggetto mascherine Ffp2 e guanti monouso; dopo aver disposto l’isolamento, si procede al prelievo e all’invio dei campioni biologici ai Centri regionali di Riferimento. Per assicurare la massima prevenzione – quella che in gergo tecnico si definisce “approccio improntato alla massima precauzione” – il personale sanitario, durante il ricovero o il trasporto in ambulanza, è tenuto a indossare dispositivi di protezione specifici: occhiali o visiera per le mucose, mascherine Ffp2 o Ffp3 per le vie respiratorie, e guanti monouso. In mancanza di strutture adeguate sul territorio, infine, lo scenario prevede l’invio dei pazienti verso l’ospedale nazionale di riferimento, lo Spallanzani di Roma.
Il paziente inglese al Sacco: la febbre che ha fatto tremare i polmoni
Proprio al Sacco, intanto, prosegue la quarantena del cittadino britannico di circa 60 anni, l’uomo che era a bordo del volo Sant’Elena-Johannesburg lo scorso 25 aprile. Un volo, quello, su cui viaggiavano due persone risultate poi positive al virus, tra cui una donna olandese che non ce l’ha fatta. L’inglese, residente all’isola di Sant’Elena, è finito nella palazzina 17 dell’ospedale milanese perché, non disponendo di una sistemazione privata idonea (alloggiava in un B&B dopo aver girato diverse città italiane), le autorità sanitarie hanno preferito il trasferimento in struttura protetta per tutta la durata dell’isolamento, fissata fino al 6 giugno. Nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, un improvviso rialzo della febbre ha fatto scattare la preoccupazione: ma si è trattato solo di un attimo. I nuovi test, i cui esiti sono arrivati nel pomeriggio di giovedì, hanno confermato quanto i precedenti: ancora negativo. La prognosi rimane sospesa, certo, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus (che può arrivare fino a sei settimane) impone di non abbassare la guardia, ma al momento l’uomo è asintomatico e, come ha precisato l’infettivologo Andrea Gori, non rappresenta un pericolo per la collettività.
La dinamica del contagio e la situazione epidemiologica
A gettare luce sulla catena dei contagi è il lavoro di ricostruzione dell’Organizzazione mondiale della sanità, che ha confermato l’ipotesi di una possibile trasmissione interumana in questo specifico cluster. Il focolaio è esploso a bordo della nave da crociera Mv Hondius, al largo di Capo Verde. Il “caso zero” – un uomo olandese – si è ammalato a bordo intorno al 6 aprile ed è morto; la moglie, dopo essere sbarcata a Sant’Elena con la salma, ha preso il volo per Johannesburg manifestando sintomi gravi in volo, per poi spegnersi il 26 aprile in un ospedale sudafricano. È proprio in quella tratta aerea che il sessantenne britannico, oggi in isolamento a Milano, è entrato in contatto con il rischio. L’Oms ha attivato il tracciamento di tutti i passeggeri di quel volo, mentre le autorità italiane – oltre a monitorare il caso del Sacco – hanno disposto accertamenti anche su una turista argentina ricoverata a Messina per polmonite, in attesa degli esiti dello Spallanzani. Al momento, come sottolineato più volte dagli esperti, il rischio per la popolazione italiana resta basso: ma la macchina organizzativa, quella della preparedness, è già in moto.




