Il nodo di Teheran e la linea dei Pasdaran: Trump rinvia i colloqui mentre in Oman si tesse la diplomazia
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Redazione Esteri
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A passi lenti, e su un crinale che pare farsi ogni giorno più stretto, la tanto attesa trattativa tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica sembra essersi nuovamente arenata. Dopo il mancato incontro della scorsa settimana, che si era concluso con l’estensione sine die della tregua imposta da Donald Trump, il rischio di un riaccendersi del conflitto torna a occupare quello spazio che la diplomazia, al momento, fatica a riempire. La notizia dell’ultima ora, riportata dalle agenzia di stampa, è la decisione del presidente americano di bloccare il viaggio dei suoi inviati speciali, Witkoff e Kushner, previsto in Pakistan. La motivazione, ad attestarlo sono le dichiarazioni rilasciate dallo stesso tycoon, risiede in una sostanziale confusione: «Nessuno sa chi comanda a Teheran». Una frase, questa, che per chi osserva la situazione da decenni non è certo una novità, ma che in questo frangente assume il peso specifico di una scelta tattica decisa.
La “flotta ombra” nel mirino e il pressing nel mar Arabico
Mentre i vertici politici altalenano tra aperture e veti incrociati, nei teatri operativi la tensione è tangibile. Una delle navi appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”, utilizzata da Teheran per eludere le sanzioni e trasportare petrolio, è stata infatti intercettata nel mar Arabico. A fermarla, un elicottero della Marina statunitense decollato dal cacciatorpediniere lanciamissili USS Pinckney. Il Comando Centrale americano, come si legge in un post diffuso sui social media, ha precisato che la nave mercantile – risultata tra le diciannove sanzionate per il trasporto di idrocarburi – sta in queste ore ottemperando alle direttive militari, facendo ritorno verso l’Iran sotto scorta. Siamo al quarto giorno di blocco navale, specificano fonti del Pentagono, e finora sono già trentasette i vettori costretti a invertire la rotta: un numero che testimonia la rigidità dell’accerchiamento voluto dall’amministrazione repubblicana per soffocare le entrate petrolifere del regime.
La visita in Oman e il riallineamento regionale
Proprio in contemporanea con queste operazioni belliche, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha intrapreso una visita ufficiale in Oman. Una missione, questa, che assume i contorni di una mossa diplomatica di ampio respiro, volta a cercare crepe nel fronte avversario. Si tratta, come scrive il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei sul suo account ufficiale, della prima incursione nella regione del Golfo dopo lo scoppio della guerra. Araghchi, che secondo alcuni media dovrebbe poi fare ritorno in Pakistan prima di volare in Russia, ha chiarito che l’Iran intende dare grande importanza ai rapporti con gli Stati del Golfo Persico, un’area solitamente ostile a Teheran ma che in questo momento di pressione globale rappresenta una valvola di sfogo cruciale. D’altronde, l’obiettivo dichiarato dalla Repubblica islamica rimane quello di rafforzare la fiducia reciproca, anche se i fatti raccontano di una nazione che cerca respiro mentre i mari intorno a essa pullulano di navi da guerra.
Il voto nei territori e il silenzio istituzionale
Se lo stallo internazionale tiene banco, nella confinante Palestina si consuma invece un raro evento di democrazia locale. I cittadini palestinesi della Cisgiordania, insieme a quelli di una zona centrale della Striscia di Gaza, si sono infatti recati alle urne per le elezioni municipali. È il primo voto dal termine della guerra di Gaza, seppur in un campo politico fortemente ristretto e segnato da una diffusa disillusione. Secondo i dati della Commissione Elettorale Centrale di Ramallah, quasi 1,5 milioni gli elettori registrati nella Cisgiordania occupata, numeri che testimoniano la volontà di amministrare il territorio nonostante l’assenza di prospettive politiche nazionali. A Deir el-Balah, invece, l'affluenza è stata decisamente più bassa del previsto, complice anche l’estrema difficoltà logistica in un’area ridotta in macerie. Un segnale, questo, che il malcontento sociale rischia seriamente di innescare una crisi di governabilità parallela a quella militare.




