Teheran chiede la revoca del blocco per parlare, mentre i pasdaran colpiscono tre navi tra Oman e Hormuz
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Redazione Esteri
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La tregua, prolungata all’ultimo minuto dall’amministrazione Trump in attesa di una proposta “unificata” da parte della Repubblica Islamica, resta sospesa su un equilibrio sempre più precario. Da una parte, la Casa Bianca ha congelato il viaggio del vicepresidente J.D. Vance a Islamabad – inizialmente previsto per il secondo round di colloqui – trasformando la pausa nei combattimenti in un’arma di pressione diplomatica, che viene esercitata mantenendo il blocco navale a oltranza come una morsa sull’economia iraniana. Dall’altra, il regime dei Mullah, attraverso la voce del suo rappresentante all’Onu, ha ribadito una posizione priva di ambiguità: nessun negoziato finché le navi da guerra americane non smantelleranno l’assedio nello Stretto di Hormuz. «Se cercano una soluzione politica, noi siamo pronti – ha dichiarato l’ambasciatore – se invece cercano la guerra, l’Iran è pronto anche a quella».
L’attacco all’alba e le conseguenze sul ponte di comando
In questo contesto di stallo armato, le acque del Golfo di Oman sono tornate a essere teatro di azioni militari dirette. Nelle prime ore del mattino, una motovedetta dei pasdaran ha aperto il fuoco contro la portacontainer “Epaminondas” senza alcun preavviso via radio, colpendola a una distanza di circa quindici miglia nautiche dalla costa. Nonostante i danni riportati siano stati definiti “significativi” – con il ponte di comando della nave gravemente danneggiato – l’equipaggio, va detto, è rimasto illeso e non si segnalano incendi o conseguenze ambientali. L’unità, che batte bandiera liberiana ma è di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping (gestita da Msc), rappresenta l’ennesimo obiettivo civile finito nel mirino delle Guardie della Rivoluzione, le quali hanno esteso la loro offensiva ad altre due navi mercantili nel raggio dello Stretto di Hormuz, tra cui una che sarebbe stata fermata al largo delle coste iraniane.
Il braccio di ferro sulle rotte e la strategia della tensione
I media iraniani, citando fonti della Marina militare del, hanno parlato di un’operazione su vasta scala che avrebbe portato al “sequestro” di alcune di queste imbarcazioni, accusate di “mettere in pericolo la sicurezza marittima” operando senza i permessi necessari o manomettendo i sistemi di bordo. Una versione, quella fornita dall’agenzia Fars, che suona come una giustificazione a posteriori per un atto di forza chiaramente calibrato per inviare un messaggio a Washington. La scelta di prolungare la tregua – presa in considerazione solo dopo le pressioni esercitate dal premier pachistano Shehbaz Sharif – non ha infatti placato le ostilità locali, ma sembra piuttosto aver cristallizzato una fase di “no war, no peace” in cui lo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il trasporto del petrolio, è diventato il campo di battaglia per eccellenza per una guerra per procura fatta di blocchi navali e spedizioni punitive.
Il nodo di Islamabad e il rinvio a tempo indeterminato
Proprio mentre Teheran rilanciava la sua richiesta, gli sviluppi sul fronte diplomatico subivano un improvviso arretramento. Il viaggio di Vance nella capitale pachistana, inizialmente dato per imminente per avviare il secondo round di negoziati dopo il fallimento del primo round di aprile, è stato posticipato “a tempo indeterminato”. Nonostante i segnali contrastanti provenienti da entrambi gli schieramenti – e le indiscrezioni secondo cui alcune delegazioni erano già in movimento – la Casa Bianca ha scelto di tenere il mondo in scacco, annunciando che i colloqui si terranno solo quando l’Iran avrà presentato una proposta concreta e “accettabile”. Una condizione che, stando alle dichiarazioni pubbliche dei vertici iraniani, appare al momento irrealizzabile, data l’insistenza sulla revoca totale dell’embargo marittimo come prerequisito per qualsiasi incontro al tavolo.




