Bombe a grappolo su Tel Aviv e raid sul gas iraniano, il Golfo è in fiamme

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte appena trascorsa ha portato con sé una drammatica intensificazione delle ostilità in Medio Oriente, con Teheran che ha lanciato un raid contro Tel Aviv utilizzando bombe a grappolo, un ordigno la cui natura intrinsecamente indiscriminata ha provocato il caos nel cuore di Israele. Due civili, una coppia di circa settant’anni, hanno perso la vita nel sobborgo di Ramat Gan, colpiti dai frammenti di un missile mentre tentavano di raggiungere un rifugio; la loro abitazione è stata centrata in pieno. Oltre al tragico bilancio delle vittime, si registrano danni ingenti alla stazione ferroviaria centrale di Savidor, un nodo nevralgico per i trasporti del paese, costringendo le autorità a sospendere l’intera rete su rotaia. L’attacco, che arriva in un contesto di tensione crescente per la morte di Ali Larijani, figura di spicco della sicurezza iraniana, ha visto la contraerea israeliana nuovamente in difficoltà nel contenere la pioggia di ordigni provenienti dalla Repubblica islamica.

La risposta israeliana, coordinata e approvata dall’amministrazione Trump, non si è fatta attendere e ha cambiato radicalmente le regole del conflitto, spostando l’asse dello scontro direttamente sulle infrastrutture energetiche nemiche. L’aviazione israeliana ha infatti preso di mira il giacimento di South Pars, il più vasto giacimento di gas naturale al mondo, situato al largo delle coste iraniane nel Golfo Persico e condiviso con il Qatar. Un’azione, questa, che aveva visto fino a pochi giorni fa una certa riluttanza da parte americana, timorosi di innescare una crisi energetica dalle proporzioni inimmaginabili; ma l’escalation subita con le bombe a grappolo su Tel Aviv e la persistente minaccia alla navigazione nello Stretto di Hormuz hanno portato a un cambio di passo radicale. Le fiamme si sono levate dagli impianti di Asaluyeh, che ospita importanti complessi petrolchimici, e la produzione nazionale di gas, che dipende per circa il settanta per cento da South Pars, ha subito un colpo durissimo, con due raffinerie costrette a fermare le proprie attività.

La minaccia dei Pasdaran si allarga ai vicini arabi

L’ira di Teheran, alimentata dalla distruzione di infrastrutture considerate vitali e dall’uccisione di altre figure chiave come il ministro dell’Intelligence Ismail Khatib, ha trovato sfogo immediato in un avvertimento senza precedenti per i paesi del Golfo. I Pasdaran, attraverso i media semi-ufficiali come l’agenzia Tasnim, hanno pubblicato una lista dettagliata di quelli che hanno definito “obiettivi legittimi” in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, intimando alla popolazione civile e ai lavoratori di evacuare immediatamente le aree circostanti. Tra i siti minacciati figurano la raffineria SAMREF e il complesso petrolchimico di Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas Al Hosn negli Emirati, e le infrastrutture qatariote di Ras Laffan e Mesaieed, quest’ultimo già teatro di un incendio che avrebbe causato “gravi danni” a seguito di un raid.

Il Golfo, in queste ore, somiglia a una polveriera pronta a esplodere: la promessa iraniana di “radere al suolo” gli impianti energetici nemici si scontra con la realtà di un’area in cui ogni scintilla può paralizzare le forniture globali di idrocarburi. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una fetta consistente del petrolio mondiale, è di fatto diventato una linea del fronte, con Washington che ha impiegato ordigni penetratori da cinquemila libbre per distruggere siti missilistici iraniani sulla costa, ritenuti una minaccia diretta per il naviglio mercantile. Le conseguenze si riverberano immediatamente sui mercati, con il prezzo del greggio che ha ripreso la sua corsa al rialzo e migliaia di marinai bloccati a bordo di centinaia di navi impossibilitate a transitare.

Beirut nel mirino e il fronte iracheno

Parallelamente all’offensiva sul fronte energetico, Israele ha allargato il raggio delle sue operazioni anche in Libano, colpendo il centro di Beirut con raid che hanno provocato vittime e ingenti danni in quartieri densamente popolati. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver preso di mira strutture riconducibili al braccio finanziario di Hezbollah, l’associazione ‘Al-Quard al-Hasan’, utilizzata – secondo quanto affermato dalle stesse fonti militari – per sostenere economicamente l’attività del partito sciita. Un’escalation che non risparmia nemmeno l’Iraq, dove una base che ospita forze statunitensi nei pressi di Baghdad è stata nuovamente attaccata, e dove le importazioni di gas dall’Iran si sono completamente azzerate, gettando nell’incertezza il già precario sistema elettrico locale.

Le parole del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui “le conseguenze di questa guerra colpiranno tutto il mondo”, appaiono in questo contesto sempre meno come una generica minaccia retorica e sempre più come la cruda constatazione di una realtà in cui le linee rosse sono state ormai superate. Il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha lanciato un appello all’ONU affinché dia “un cenno di vita” sulla crisi di Hormuz, sottolineando come il problema non riguardi esclusivamente l’Occidente, ma l’intera comunità internazionale, dipendente da quel passaggio marittimo. Con il conflitto entrato nella sua terza settimana e le forze in campo decise a non arretrare, lo spettro di una guerra economica totale si materializza giorno dopo giorno sulle acque infiammate del Golfo.

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