Il caso della vicesindaca in pantaloncini: «Giudicatemi per quello che faccio, non per come mi vesto»
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Redazione Interno
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Bastano pochi centimetri di pelle in più per trasformare una conferenza stampa istituzionale in un caso politico nazionale. È successo a Livorno, dove Libera Camici, 44 anni, vicesindaca del Partito Democratico con delega alle Pari opportunità, si è ritrovata al centro di una bufera mediatica per l'abbigliamento indossato accanto al sindaco Luca Salvetti: camicia, pantaloncini corti e sandali. Un outfit da lavoro estivo, secondo lei, ma giudicato inappropriato da esponenti politici di Fratelli d'Italia, che hanno parlato di look «da Ibiza».
La genesi della polemica
Tutto ha avuto inizio il 17 luglio scorso, quando Luca Ribechini, presidente dell'associazione Livorno Porto Pulito, ha pubblicato un post su Facebook in cui metteva in dubbio la conformità dell'abbigliamento della vicesindaca al protocollo comunale: «Perché mai indossava (si suppone) calzoncini cortissimi?», si chiedeva Ribechini, aggiungendo una riflessione sulla disparità di trattamento tra generi: «Si ritiene naturale che gli scosci femminili siano universalmente consentiti in ogni contesto, anche formale, mentre quelli maschili non stanno bene?».
La vicesindaca ha risposto a stretto giro, ribadendo che giudicare l'abbigliamento di una donna che ricopre un ruolo istituzionale, anziché valutarne l'operato, è l'esatta fotografia della distanza che ancora ci separa dalla parità di genere. Ribechini ha replicato sostenendo che la Camici non aveva afferrato il senso del suo post, che a suo dire non era un giudizio sul corpo ma una dissertazione sui modelli culturali. La vicesindaca ha respinto la tesi: «Il tuo post non era una dissertazione sociologica, era un giudizio sul mio corpo e sul mio abbigliamento in un'occasione ufficiale».
L'attacco di Fratelli d'Italia
La polemica ha rapidamente assunto una dimensione politica con l'intervento di Alessandro Perini, consigliere comunale e provinciale di Fratelli d'Italia. In un post durissimo, Perini ha definito l'outfit della vicesindaca «stile balneare e poco consono a una iniziativa ufficiale», paragonandolo a «un locale a Ibiza».
Il consigliere di destra ha poi attaccato l'operato della Camici, sostenendo che la sua azione politica in materia di scuole e animali sarebbe stata poco incisiva: «Negli asili e nelle scuole comunali in questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori: escrementi di topo nel cibo della mensa, bambini tenuti nei prefabbricati in cui piove all'interno», ha scritto Perini.
Secondo il consigliere di FdI, la vicenda rappresenterebbe un «perfetto caso di parità di genere», perché anche un sindaco in canottiera e bermuda verrebbe criticato allo stesso modo. «Essere Libera non significa essere maleducata», ha concluso Perini, invitando la vicesindaca a chiedere scusa anziché contrattaccare.
Le parole di Libera Camici
Intervistata dal Corriere della Sera, la vicesindaca ha ricostruito i giorni della bufera, raccontando il clima surreale che si è creato attorno a un paio di shorts. «Il problema non è stata la critica al mio abbigliamento», ha dichiarato la Camici. «Il punto è che è stato usato il termine "scosciata", che non verrebbe mai utilizzato per un uomo. Si è voluto richiamare la sessualità, il corpo. Da quel momento tutti si sono sentiti autorizzati a giudicarmi non per quello che faccio, ma per il mio aspetto fisico».
La vicesindaca ha poi denunciato il livello infimo raggiunto dal confronto politico: «Non si discutono più le idee, si colpiscono le persone. A un uomo danno dell'incapace, a una donna danno della "pu…". C'è chi mi ha detto che "me la sono cercata" e che dovrei aprire un profilo su OnlyFans». A colpire la Camici, in particolare, sono stati i commenti durissimi arrivati da altre donne: «Alcune mi hanno definita una svergognata, mi hanno scritto che non le rappresento e che avrei dovuto chiedere scusa ai cittadini».
La vicesindaca ha annunciato azioni legali contro chi ha superato il limite, non per sé ma «per tutte le donne che potrebbero finire al mio posto». Ha poi raccontato un momento di grande commozione: i dirigenti del Comune le hanno regalato un quadretto ironico che la ritrae in burqa durante una conferenza stampa, abbracciandola. «Sono scoppiata a piangere. Un pianto liberatorio».
Il punto di vista del sociologo
Il sociologo Vincenzo Scalia, docente all'Università di Firenze, ha offerto una chiave di lettura più ampia della vicenda, inserendola in un fenomeno culturale più vasto. «Si ha la memoria cortissima. Berlusconi si faceva vedere in bandana, nel 1994 c'erano esponenti del governo fotografati in costume da bagno. Lyndon Johnson si faceva intervistare seduto sul water», ha ricordato Scalia. «Tutte figure maschili. Evidentemente, ancora oggi, nonostante anni di battaglie per i diritti, l'idea della parità tra uomini e donne fatica ad affermarsi».
Il sociologo ha poi analizzato il fenomeno dei commenti sessisti, molti dei quali provengono da donne: «Alcune di loro hanno interiorizzato un'idea molto rigida di decoro e rispettabilità. Nel nostro Paese continua a prevalere la convinzione che, in determinati contesti pubblici, ci si debba vestire in un certo modo».
Scalia ha concluso sottolineando che la denuncia è fondamentale, ma che serve un lavoro culturale continuo perché la sola risposta penale non risolve il problema: «Dobbiamo abituarci all'idea che non esiste un unico modo di presentarsi nello spazio pubblico e che questo vale soprattutto per le donne».
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