Lavazza, l’effetto della tempesta perfetta sui conti: fatturato a 3,9 miliardi nonostante il crollo dei volumi
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Redazione Economia
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Sarebbe facile, di fronte a numeri che brillano per l’aumento a doppia cifra, parlare di un'annata di grazia per il gruppo torinese. E invece no. Il 2025, per Lavazza – che proprio in quest’anno ha spento 130 candeline – è stato l’anno in cui la moka, per usare una metafora cara all’azienda, ha fischiato sul fuoco sotto una pressione che rischiava di far saltare il coperchio. I conti, approvati dal consiglio di amministrazione e resi noti in questi giorni, raccontano una realtà contraddittoria, tipica delle grandi imprese che navigano a vista in un oceano in tempesta: da un lato, un fatturato che sfiora quota 4 miliardi (3,9 per l’esattezza), cresciuto del 15,7% rispetto all’anno prima, dall’altro, la conferma di una contrazione fisiologica dei volumi di vendita, una riduzione che nel settore del caffè è ormai un dato strutturale.
A guardare bene i numeri, si capisce la complessità dell’equazione. L’utile netto è salito a 92 milioni (erano 82 nel 2024), l’Ebitda si è attestato a 340 milioni, segnando un +8,8%. Sembrerebbe una crescita lineare, ma in realtà c’è un’anomalia di fondo che spiega la strategia del gruppo: i margini si sono leggermente assottigliati – l’Ebitda margin è passato dal 9,3 al 8,8% – proprio perché la materia prima, il caffè verde, è diventata un bene prezioso e volatile quasi quanto l’oro. Dal gennaio 2021 ai primi mesi del 2025, il prezzo dell’Arabica è schizzato del 230%, mentre la Robusta ha fatto registrare un balzo impressionante del 325%. Sono questi i dati che trasformano un bilancio apparentemente trionfale in un esercizio di pura resilienza.
La doppia faccia della diversificazione: il boom americano e la crisi europea
Ciò che tiene in piedi la baracca, per dirla con il gergo aziendale, è la diversificazione geografica e di canale, un mantra che il gruppo ripete da anni e che nel 2025 ha dato i suoi frutti più evidenti oltreoceano. Il Nord America, trainato dal retail e dall’e-commerce, ha messo a segno un +26,9% di fatturato, diventando il motore della crescita complessiva. Un risultato, questo, che contrasta nettamente con l’andamento in molti mercati europei maturi, dove la pressione dei prezzi e la concorrenza si sono fatte sentire con particolare durezza.
Non tutti i mercati del Vecchio Continente, però, hanno reagito allo stesso modo. Se in alcune aree il calo è stato contenuto, in altre la flessione è stata pesante: si parla di un -26% a volume in Polonia e di un -16,3% in Francia, segnali evidenti di come l’aumento dei costi di distribuzione e l’inflazione abbiano modificato le abitudini di consumo e la redditività dei singoli mercati. Lavazza, in questo senso, ha cercato di tamponare il colpo stringendo le maglie della supply chain, con un programma di ottimizzazione del capitale circolante e una razionalizzazione del portafoglio prodotti che, nel 2025, ha permesso di ridurre l’indebitamento finanziario netto a 432 milioni, in miglioramento rispetto ai 511 milioni dell’anno precedente.
La “tempesta perfetta” e le tensioni geopolitiche
A rendere il quadro ancora più intricato, come ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Baravalle, è la natura sistemica della crisi. Non si tratta più di una volatilità congiunturale, ma di una trasformazione strutturale del mercato. Il cambiamento climatico che colpisce i paesi produttori, le crisi logistiche che hanno allungato i tempi di consegna, la crescente componente speculativa sulle borse merci e, non ultime, le tensioni geopolitiche che continuano a ridisegnare gli equilibri globali. A tutto questo, nel corso del 2025, si è aggiunta l’incertezza legata alla politica commerciale degli Stati Uniti – dove Trump è di nuovo presidente – con la questione dei dazi che ha contribuito ad aumentare le pressioni su una filiera già sotto stress.
Baravalle, del resto, non usa giri di parole. “Stiamo vivendo un contesto economico ancora segnato da un’estrema volatilità delle quotazioni del caffè”, ha dichiarato in una nota diffusa insieme ai risultati, aggiungendo che “la tempesta non è ancora finita”. È una consapevolezza che spiega l’approccio prudente dell’azienda: nonostante il bilancio sia positivo, l’obiettivo rimane quello di proteggere i brand e la capacità di investire nel lungo periodo, senza inseguire la crescita a tutti i costi.
Innovazione sostenibile e peso delle persone
In questo contesto di incertezza globale, il 2025 è stato anche l’anno in cui Lavazza ha cercato di guardare avanti sul piano dell’innovazione di prodotto, lanciando Tablì, un nuovo sistema per il mercato delle monodosi che introduce una pastiglia di caffè senza involucro protettivo. Un progetto che, nato da un lungo percorso di ricerca brevettuale, punta a coniugare qualità in tazza e sostenibilità ambientale, due asset che l’azienda considera centrali per mantenere il vantaggio competitivo. Parallelamente, è proseguito il percorso di sviluppo in Cina, attraverso la partnership con Yum China, un mercato considerato strategico per la crescita futura nel canale retail e delle coffee shop.
Sul fronte interno, poi, il gruppo ha messo l’accento sulla gestione del capitale umano, con iniziative che vanno dalla Global Parental Policy – che garantisce almeno otto settimane di congedo retribuito per tutti i genitori – ai riconoscimenti come Top Employer 2026 in Italia e nel Regno Unito. Con oltre 5.800 dipendenti nel mondo e un sistema di premi legato agli obiettivi, Lavazza cerca insomma di blindare la sua struttura operativa, consapevole che, in un mercato in cui il costo della materia prima impazzisce, la capacità di tenere insieme efficienza industriale e qualità del lavoro è forse l’unica arma per resistere alla pressione.




