La radio cerca spazio nei cruscotti delle auto intelligenti, e la sfida si gioca sul terreno della prominence
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Redazione Economia
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La ricorrenza internazionale che si è celebrata venerdì 13 febbraio, ottant’anni dopo quella prima trasmissione delle Nazioni Unite che ne avrebbe poi determinato la data simbolo, ha offerto lo spunto per una riflessione che quest’anno ha assunto i contorni dell’appello, se non addirittura del grido d’allarme. Perché se è vero che la radio continua a svolgere un ruolo centrale nella società – informare, intrattenere e accompagnare gli ascoltatori nei diversi momenti della vita quotidiana attraverso contenuti live di qualità e affidabili – è altrettanto vero che il tradizionale luogo di fruizione, l’automobile, sta vivendo una trasformazione epocale. Si tratta, lo ricordano gli editori riuniti in Confindustria Radio Televisioni, di un servizio gratuito e universale, caratterizzato dall’ubiquità del segnale — elemento cruciale anche nelle situazioni di crisi ed emergenza — e riconosciuto come servizio di interesse generale in quanto ambiente editoriale sicuro e regolato. Eppure, questo ecosistema, che regge un ascolto quotidiano di 35 milioni di italiani, di cui 26 milioni proprio in auto, rischia di essere messo ai margini dalle logiche della nuova mobilità -1-5-9.
Il fronte comune di editori e istituzioni per evitare l’oscuramento del broadcasting
A lanciare l’offensiva, in occasione della Giornata mondiale, è stata Confindustria Radio Televisioni con la campagna di sensibilizzazione “#RadioInAuto”, un’iniziativa che punta a portare l’attenzione di tutti – legislatore, case automobilistiche e opinione pubblica – su un fenomeno che rischia di mandare per sempre in pensione un apparecchio elettronico in grado di registrare numeri invidiabili. L’allarme non è nuovo, va detto, perché era già stato il presidente dell’Agcom a giugno a segnalare come alcune case produttrici stessero eliminando il sintonizzatore dai cruscotti, ma oggi la preoccupazione si fa più pressante -2-6. Le profonde trasformazioni tecnologiche in atto nel settore automotive, con sistemi di infotainment sempre più chiusi e basati su ecosistemi proprietari, rischiano di escludere progressivamente la radio tradizionale, sacrificandola sull’altare della connettività e delle piattaforme di streaming. Una tendenza, questa, che mina alla base il diritto dei cittadini a un’informazione libera, gratuita e accessibile, come ha sottolineato anche il presidente della commissione Attività produttive della Camera, evidenziando come mettere in discussione la presenza della radio nelle automobili significherebbe indebolire un servizio essenziale e colpire un settore che dà lavoro a migliaia di professionisti -1.
Il nodo della tecnologia e la battaglia per l’accesso immediato ai contenuti
Ciò che sta accadendo, spiegano gli editori, è che la capacità di chi gestisce gli algoritmi o opera in determinati settori industriali sta diventando determinante nelle scelte degli utenti e dei cittadini. Il presidente di Confindustria Radio TV, intervenuto sui microfoni di RTL 102.5, è stato netto nel definire la posta in gioco: comprare un’auto senza radio significa non essere più in grado di decidere in modo autonomo cosa ascoltare, delegando di fatto alla tecno-industria la selezione dei contenuti, a partire dall’offerta musicale -5. E provate anche a immaginare cosa vorrebbe dire cambiare stazione o sceglierne una dal cellulare mentre si è alla guida, una situazione potenzialmente pericolosa e che non offre le stesse garanzie dei messaggi diretti e affidabili che la radio può trasmettere in tempo reale. Il ragionamento, però, si fa più complesso se si considera che la battaglia non è solo tecnologica ma anche, e forse soprattutto, di interfaccia. Il pericolo concreto, secondo alcuni analisi del settore, è che il comparto radiofonico ripeta l’errore già compiuto dai broadcaster televisivi: sottovalutare il cambiamento delle abitudini degli utenti e concentrare l’attenzione pubblica sull’obbligo del ricevitore FM o DAB, quando invece il vero nodo strategico risiederebbe nella prominence -3. Un tasto Radio evidente sul dashboard, chiaramente identificabile, con una lista predeterminata di emittenti in evidenza per territorio, rappresenterebbe un obiettivo molto più coerente con l’evoluzione del mercato. Il pubblico, in fondo, non difende una tecnologia, ma sceglie la soluzione più semplice, e ciò che conta è trovare il contenuto in modo immediato, con un solo gesto.
La risposta politica e le incognite del vaglio europeo sulla proposta italiana
L’accelerazione impressa da Confindustria Radio Televisioni con la campagna #RadioInAuto arriva in un momento delicato anche sul fronte normativo. La richiesta di un intervento legislativo che imponga l’inclusione obbligatoria del modulo FM e DAB in tutte le auto nuove vendute in Italia si era già scontrata con la prudenza della Commissione Europea. Il disegno del Mimit, volto a imporre che tutti i dispositivi connessi a internet presenti nelle nuove auto abbiano la possibilità di ricevere anche la radio analogica e digitale terrestre, era stato rispedito al mittente da Bruxelles con la richiesta di motivazioni più approfondite, una frenata che rende ancora più urgente un chiarimento -7. In questo scenario, l’iniziativa degli editori vuole richiamare l’attenzione su un principio cardine: la radio non è un semplice accessorio, ma un presidio di democrazia, un servizio gratuito e accessibile a tutti, che da oltre cento anni coltiva un rapporto unico e fiduciario con i suoi ascoltatori. Un rapporto che si consuma, per la maggior parte, proprio in quei pochi metri quadri dell’abitacolo, dove l’informazione in tempo reale, l’intrattenimento e persino la sicurezza, con i bollettini sul traffico, diventano compagni di viaggio insostituibili. Ecco, dunque, che la posta in gioco non è soltanto commerciale o industriale, ma investe la natura stessa del servizio pubblico che, per essere tale, deve poter essere trovato senza dover aprire un’applicazione o sottoscrivere un abbonamento.




