La frana di Niscemi e quei 12 milioni mai spesi: indagati gli ultimi quattro governatori
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Redazione Interno
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Il 25 gennaio scorso, quando la terra ha cominciato a scivolare verso valle a Niscemi, non è stato solo il suolo a cedere. In realtà, quello smottamento – definito dalla magistratura come il più grande d’Europa – ha semplicemente riportato alla luce una voragine amministrativa che covava sotto la cenere dal 1997. Perché se è vero che “per Niscemi sono stati spesi troppi pochi soldi”, come qualcuno ha infine ammesso, è altrettanto vero che la contabilità pubblica racconta una storia opposta: nelle casse regionali giacciono ancora 12 milioni di euro, fondi stanziati proprio per mettere in sicurezza quel lembo di Sicilia, risucchiati in un limbo burocratico da cui non sono mai usciti. E allora, di fronte a questo paradosso – soldi ci sono, ma non vengono spesi e il paese frana – la Procura di Gela ha deciso di fare piazza pulita.
Un fiume di denaro fermo e una “pesca a strascico” che lascia senza fiato
L’inchiesta coordinata dal procuratore Salvatore Vella ha preso di mira non solo i tecnici, ma il vertice stesso della politica regionale. Per fare chiarezza su quanto accaduto, gli inquirenti hanno dato il via a un’autentica “pesca a strascico” nel mare magnum della governance isolana; un eccesso di scrupolo che, se da un lato lascia perplessi per la sua ampiezza, dall’altro restituisce l’idea di quanto fosse profonda la palude in cui il dissesto idrogeologico è stato lasciato marcire. La mole di denaro non utilizzato, del resto, è lì a dimostrarlo: quei 12 milioni, stanziati dopo la frana del ’97 e mai toccati, rappresentano il movente silenzioso di questo disastro annunciato. Se quelle opere fossero state realizzate, forse lo sgretolamento del 25 gennaio sarebbe stato solo un ricordo, ma la cronaca – come spesso accade – ha preferito la via del crollo.
Il paradosso dei “pescatori” di poltrone: Schifani, Musumeci e gli altri
E veniamo ai nomi, perché la politica, in questa storia, gioca un ruolo da comprimario ambiguo. In Sicilia, si dice, abbiamo una classe dirigente “asso piglia tutto”: quando peschi la matta, non è che la giochi, vinci e vai a casa. No, la tieni lì, come se fosse un diritto acquisito, e la rigiochi all’infinito finché, esausta, quella carta non ti fa perdere la partita. È esattamente ciò che è accaduto con due pezzi da novanta della destra – e non solo – che, sotto la loro responsabilità istituzionale, si ritrovano ora nello stesso registro degli indagati. La frana, insomma, ha travolto anche loro. Oltre all’ex presidente del Senato Renato Schifani (attualmente al vertice di Palazzo d’Orleans) e al ministro della Protezione civile Nello Musumeci, nel mirino della Procura di Gela sono finiti anche Rosario Crocetta e Raffaele Lombardo. Quattro governatori che, a vario titolo tra il 2010 e il 2026, avevano il compito di vigilare su quelle opere. Musumeci, che pure oggi siede al governo, non ha dubbi: “Sono assolutamente sereno, schiena dritta e testa alta”, ha dichiarato, mentre Schifani si tira subito fuori, forte di una “correttezza” che dice di aver sempre messo in campo. Crocetta, invece, cade addirittura dalle nuvole: “Nessuno mi informò”, si giustifica lui.
Tredici indagati e una frana lunga trent’anni
Ma l’inchiesta non si ferma ai presidenti. Il numero complessivo degli indagati ha raggiunto quota tredici, e tra questi figurano anche i vertici della Protezione civile regionale succedutisi in quegli anni, oltre ai dirigenti dell’ufficio contro il dissesto idrogeologico. L’accusa, formulata a vario titolo, è di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. La Procura ha suddiviso il lavoro in tre fasi distinte: la prima, quella che ha portato agli attuali indagati, riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione che avrebbero dovuto seguire il disastro del 1997. La seconda fase si concentrerà invece sulla gestione delle acque (un fattore cruciale nell’innesco della frana), mentre la terza guarderà alla “zona rossa”, ovvero agli edifici che non sarebbero mai dovuti essere lì o che avrebbero dovuto essere demoliti. Una struttura investigativa che promette di allargare ulteriormente il numero dei coinvolti.
L’inerzia che costa cara
Ciò che emerge dalle carte, insomma, è il racconto di un’inerzia trentennale. Un contratto stipulato nel 1999, una risoluzione per inadempienza nel 2010, e poi il nulla. Nessuno, a quanto pare, ha mai veramente voluto (o saputo) spendere quei soldi per mettere in sicurezza il torrente Benefizio, il cui corso d’acqua è stato indicato come la principale causa scatenante il cedimento del terreno. Così, mentre i funzionari si alternavano ai piani alti della Regione, la collina continuava a impregnarsi d’acqua, pronta a esplodere. Oggi, con 1.500 sfollati e un paese spaccato in due, la magistratura cerca di ricostruire un filo logico in quella matassa. Le audizioni sono già iniziate, e le prossime settimane si preannunciano decisive per capire se questa colossale dimenticanza sia stata solo un errore o qualcosa di peggio.




