La frana di Niscemi travolge la politica: indagati gli ultimi quattro governatori
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Redazione Interno
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Sono giorni difficili per la Sicilia, che si trova a fare i conti non solo con la fragilità del suo territorio – quella piaga antica del dissesto idrogeologico che periodicamente riaffiora con violenza – ma anche con l’inerzia, a tratti inspiegabile, di chi avrebbe dovuto proteggerlo. La frana che il 25 gennaio scorso ha squassato Niscemi, nel Nisseno, non è stata una sorpresa per i geologi né, tanto meno, per chi siede nei palazzi del potere: era un disastro annunciato quasi trent’anni fa, eppure i soldi per mettere in sicurezza il paese – precisamente 12 milioni di euro – giacciono ancora intonsi nelle casse regionali. Di fronte a questa evidenza, la Procura di Gela ha deciso di vederci chiaro, iscrivendo nel registro degli indagati tredici persone, tra cui spiccano i nomi degli ultimi quattro presidenti della Regione che si sono succeduti alla guida dell’isola dal 2010 a oggi.
Una scia di fondi mai spesi lunga quasi tre decenni
Il procuratore Salvatore Vella, che coordina le indagini per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, ha ricostruito una vicenda paradossale che affonda le radici nel 1997, quando il primo grosso smottamento aveva già messo in allarme la comunità scientifica. All’epoca, spiega il magistrato, furono stanziati circa 23 miliardi di vecchie lire – l’equivalente, per l’appunto, di quei 12 milioni di euro attuali – per realizzare opere di mitigazione del rischio. Si arrivò persino a bandire una gara e a sottoscrivere un contratto con un’Ati nel 2009, ma l’accordo si risolse per inadempimento già l’anno successivo, nel 2010. Da quel momento, nonostante l’allarme restasse altissimo e la zona franosa fosse stata chiaramente identificata come area rossa, è calato il silenzio: i lavori non sono mai partiti, e i fondi sono rimasti lì, a marcire in un cassetto contabile, mentre il versante della collina continuava lentamente a cedere.
L’accusa che travolge Lombardo, Crocetta, Musumeci e Schifani
L’inchiesta della Procura, che Vella ha descritto come un lavoro suddiviso in più fasi, ha quindi concentrato l’attenzione su quel lunghissimo lasso di tempo che va dal 2010 fino al tragico gennaio del 2026. Ed è proprio in questo arco temporale che si sono alternati alla presidenza della Regione siciliana quattro esponenti di spicco della destra e del centrosinistra: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci – oggi ministro alla Protezione Civile – e l’attuale governatore Renato Schifani. A loro si aggiungono, tra gli indagati, i capi della Protezione civile regionale che si sono avvicendati in quegli stessi anni (tra cui l’attuale dirigente Salvatore Cocina) e i direttori generali preposti all’ufficio contro il dissesto idrogeologico. La tesi degli inquirenti, per ora circoscritta alla prima tranche di accertamenti, è che ciascuno di loro, nella veste di commissario delegato o di massimo responsabile della cosa pubblica, abbia omesso di attivarsi per realizzare quelle elementari opere di messa in sicurezza.
Le tre direttrici dell’inchiesta della Procura di Gela
Non è finita qui, perché il lavoro della magistratura si articola in tre distinti livelli di approfondimento. La prima fase, quella che ha portato all’iscrizione dei tredici indagati, riguarda strettamente la mancata realizzazione degli interventi previsti dopo la frana del ’97. Ma il procuratore Vella ha già annunciato che a breve scatterà una seconda fase, dedicata all’analisi delle reti di raccolta delle acque bianche e nere – un fattore che spesso contribuisce in modo determinante all’innesco di questi fenomeni – e una terza, ancora più delicata, che passerà al setaccio la cosiddetta “zona rossa”. Quest’ultima, individuata dalla commissione tecnico-scientifica subito dopo il disastro del 1997, era stata ufficialmente dichiarata a rischio elevato quasi trent’anni fa. Eppure, chiede a gran voce la Procura, non si è proceduto né agli sgomberi obbligatori né alla demolizione degli edifici pericolanti, mentre potrebbero emergere responsabilità anche per eventuali nuove costruzioni abusive o autorizzate in quell’area. Il quadro che ne esce è quello di un’occasione perduta dopo l’altra, con la burocrazia e la politica che hanno trasformato una priorità assoluta in un eterno cantiere fantasma.




