Frana di Niscemi, nel registro degli indagati finiscono gli ultimi quattro presidenti della Regione (e c’è anche il ministro Musumeci)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono giorni difficili per la Sicilia, e l’onda lunga del fango che ha travolto Niscemi lo scorso 25 gennaio si è infranta, oggi, contro gli scranni più alti della politica regionale. La procura di Gela, come annunciato dal procuratore Salvatore Vella nel corso di una conferenza stampa in tribunale, ha ufficialmente iscritto nel registro degli indagati tredici persone con l’accusa, a vario titolo, di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Tra questi, spiccano i nomi dei quattro presidenti della Regione siciliana che si sono succeduti alla guida dell’isola a partire dal 2008: l’attuale governatore Renato Schifani, il suo predecessore nonché ministro della Protezione civile Nello Musumeci, e ancora Rosario Crocetta e Raffaele Lombardo.

L’inchiesta, che promette di fare piena luce su una delle frane più vaste mai registrate in Europa – un fronte di oltre quattro chilometri che ha costretto all’abbandono delle proprie abitazioni circa 1.500 persone – si concentra inizialmente su un arco temporale preciso: quello che va dal 2010 al 2026. È in questo lasso di tempo, secondo la ricostruzione della magistratura, che si sarebbero consumate le omissioni più gravi. Sebbene il dissesto fosse già stato evidenziato da una frana precedente nel lontano 1997 – e nonostante la relazione di una commissione tecnico-scientifica avesse fornito “indicazioni precise su come intervenire”, come sottolineato dallo stesso procuratore Vella – le opere di mitigazione e messa in sicurezza del costone non sono mai state realizzate.

I fondi stanziati e mai spesi: un’occultata voragine amministrativa

La circostanza che aggrava ulteriormente la posizione dei quattro indagati – i quali rispondono del disastro non solo nella loro veste di presidenti, ma anche come commissari delegati per la protezione civile e commissari contro il dissesto idrogeologico – è di natura squisitamente economica. I soldi per evitare il disastro c’erano, e sono ancora lì, immobili nei forzieri della Regione. Dopo la frana del ‘97 erano stati stanziati circa 23 miliardi di vecchie lire, equivalenti a 12 milioni di euro, destinati a un’ATI (Associazione Temporanea d’Impresa) che si era aggiudicata l’appalto. Il contratto, siglato nel 1999, venne però risolto per inadempimento già nel 2010. Da quel momento, nonostante l’allarme e la persistente pericolosità idrogeologica dell’area, nessuna delle amministrazioni succedutesi a Palazzo d’Orleans ha provveduto a sbloccare quella partita di denaro o a riavviare le procedure per la costruzione delle barriere e dei sistemi di regimentazione delle acque che avrebbero potuto scongiurare lo scenario apocalittico del gennaio scorso.

Un fiume di denaro pubblico è rimasto così a guardare, mentre la collina scivolava sulla piana di Gara, trascinando con sé automobili e abitazioni. Il procuratore Vella ha descritto l’accaduto come la logica conseguenza di un “non fare” che dura ormai da quasi trent’anni. Nella lista dei tredici indagati, oltre ai big della politica, figurano anche i vertici tecnici che hanno diretto la Protezione civile regionale in questi anni, tra cui Calogero Foti e l’attuale dirigente Salvatore Cocina, oltre ai direttori generali preposti all’ufficio contro il dissesto idrogeologico e il rappresentante legale della stessa ATI che avrebbe dovuto eseguire i lavori. L’accusa, per tutti, è di non aver agito nonostante avessero il dovere giuridico di farlo, trasformando un rischio calcolato in una tragedia annunciata.

L’inchiesta a tre fasi e gli sviluppi giudiziari

Questa prima tranche di avvisi di garanzia, che ha già scatenato un terremoto politico nelle stanze del potere romano – con il ministro Musumeci che si trova ora a dover rispondere di omissioni proprio nel dicastero che avrebbe dovuto prevenire – rappresenta solo il primo capitolo di un’indagine che il pool di magistrati di Gela ha suddiviso in tre momenti logici. Il capitolo attuale, quello che ha portato alle tredici iscrizioni, riguarda esclusivamente la mancata realizzazione delle opere strutturali di mitigazione del rischio. La seconda fase, già in programma, si concentrerà invece sulle reti di raccolta delle acque bianche e nere, la cui cattiva gestione – o la loro assenza – viene considerata cruciale nell’innesco della massa franosa. In terzo luogo, la procura intende vagliare la gestione delle cosiddette “zone rosse”, quelle aree già individuate come a rischio elevato dopo il primo smottamento del 1997.

In questa terza tranche, gli inquirenti andranno a verificare eventuali omissioni relative allo sgombero e alla demolizione degli edifici costruiti in aree a forte pericolosità, così come il mancato blocco di nuove costruzioni. È questo un fronte che potrebbe allargare ulteriormente il numero degli indagati, considerando la presenza di centinaia di abitazioni che, nonostante i divieti, insistevano su terreni instabili. La procura di Gela, guidata da Salvatore Vella, ha già annunciato che procederà con l’audizione dei tredici indagati nei prossimi giorni e che sono in corso ulteriori sequestri documentali. A distanza di quasi trent’anni dal primo crollo, la magistratura cerca dunque di ricostruire una catena di comando e responsabilità che, anello dopo anello, ha portato una comunità intera a perdere la propria casa sotto i colpi di una natura che, seppur violenta, era stata abbondantemente annunciata.

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