Niscemi, la frana e quel fiume di denaro mai usato: indagati gli ultimi quattro governatori
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Redazione Interno
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La pesantezza della terra che cede, a Niscemi, non è solo quella del costone sbriciolatosi lo scorso 25 gennaio. C’è un’altra zavorra, meno visibile ma altrettanto ingombrante, che affonda le radici in un silenzio amministrativo durato quasi tre decenni. La Procura di Gela, nelle scorse ore, ha rotto questo silenzio mettendo nero su bianco un sospetto che aleggiava tra le macerie e i 1500 sfollati: quei 12 milioni di euro – stanziati dopo la frana del 1997 e mai toccati – rappresentano il movente di una inchiesta che ora travolge i vertici della politica regionale. Tredici gli indagati a vario titolo per disastro colposo e danneggiamento; tra loro, spiccano i nomi degli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana che si sono succeduti dal 2010 a oggi, ovvero Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci (oggi ministro alla Protezione civile) e l’attuale governatore Renato Schifani.
Un contratto del 1999 e un’eredità di 12 milioni mai spesi
Per comprendere la genesi di questo avviso di garanzia, occorre tornare indietro al 12 ottobre 1997, data della prima grande frana che squassò il piccolo centro del Nisseno. Allora, come spesso accade in Italia dopo una catastrofe, arrivarono i fondi: circa 23 miliardi di vecchie lire, convertitisi poi in 12 milioni di euro, destinati a interventi strutturali di consolidamento e messa in sicurezza del versante. Nel maggio del 1999 venne addirittura sottoscritto un contratto di appalto con un’Ati (Associazione Temporanea di Imprese) che avrebbe dovuto realizzare le opere. E invece, come ha ricostruito il procuratore Salvatore Vella, quel denaro non ha mai lasciato le casse regionali. Il contratto, complice l’inadempienza delle imprese o forse una burocrazia paralizzante, venne risolto nel 2010. Da quel momento, ha spiegato la magistratura, è calato il buio: «A distanza di quasi 30 anni, nulla è stato fatto». I tecnici hanno avuto modo di constatare che il versante instabile, sviluppatosi per circa 4,7 chilometri lungo il margine dell’abitato, presentava scarpate di distacco alte anche oltre 50 metri, una bomba ecologica e geologica pronta a esplodere.
L’inchiesta a tappeto e la “pesca a strascico” dei pm
La procura di Gela ha suddiviso il suo lavoro in tre fasi distinte, e la prima – quella che ha portato ai 13 indagati – riguarda esclusivamente la mancata realizzazione delle opere di mitigazione che avrebbero potuto evitare il disastro del 2026 o quantomeno ridurne la portata devastante. L’approccio degli inquirenti, che hanno iscritto nel registro gli ex governatori sia nella veste di commissari delegati per la Protezione civile sia come commissari per il dissesto idrogeologico, è stato definito da più parti come una vera e propria pesca a strascico. Le prossime due fasi, che potrebbero allungare ulteriormente il registro degli indagati, verteranno su aspetti ancora più specifici: la mancata regimentazione delle acque bianche e nere (già individuata nel ’97 come concausa dell’innesco) e l’analisi della “zona rossa”. In quest’ultima area, i magistrati vogliono vederci chiaro sugli sgomberi mai eseguiti, sulle demolizioni non effettuate e sulle nuove costruzioni eventualmente autorizzate in zone a rischio elevato nonostante i divieti.
Le reazioni dei diretti interessati e il nodo della burocrazia
Mentre i legali dei quattro ex presidenti si preparano a visionare gli atti, dalle dichiarazioni rilasciate in queste ore emergono tre diversi atteggiamenti. Raffaele Lombardo, il primo della lista, ha affidato a una nota la propria fiducia nell’operato degli inquirenti, auspicando che venga «chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti». Rosario Crocetta, invece, ha alzato il muro: «Nei miei cinque anni di governo nessuno mi informò della situazione a Niscemi. Se non si è a conoscenza di un fatto, come si fa a essere omissivi?», si è chiesto l’ex governatore. Più misurato il presidente uscente Schifani, che pur tra gli indagati ha espresso «massima fiducia nella magistratura» e la volontà di proseguire con «serenità» il proprio mandato. A Palermo, intanto, è già iniziato il valzer delle responsabilità: l’ufficio regionale per il dissesto idrogeologico ha fatto notare come il comune di Niscemi non abbia mai caricato i progetti aggiornati sulla piattaforma Rendis, mentre l’ente locale rimpalla la palla verso la lentezza della macchina regionale.




