Frana di Niscemi, nel registro degli indagati finiscono gli ultimi quattro governatori siciliani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La terra, a Niscemi, si è fermata il 25 gennaio scorso. Un enorme smottamento, che ha trascinato case e mezzi verso valle lasciando decine di immobili sospesi nel vuoto, ha trasformato il centro abitato in una ferita aperta; ma per la Procura di Gela, il conto alla rovescia verso quel disastro – che ha causato circa 1.500 sfollati – è iniziato molto, molto prima. Il procuratore capo Salvatore Vella, che coordina le indagini preliminari ancora in corso, ha infatti ufficializzato l’iscrizione nel registro degli indagati di tredici persone, tutte chiamate a rispondere, a vario titolo, di disastro colposo e danneggiamento.

Un’eredità pesante che attraversa tre decenni

Il cuore pulsante dell’inchiesta, destinata a far luce su una vicenda di mancata prevenzione, vede coinvolti i vertici politici dell’Isola: tra i nomi spiccano quelli degli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, in carica dal 2010 a oggi. Si tratta di Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci – quest’ultimo attualmente ministro per la Protezione civile – e l’attuale governatore Renato Schifani. La loro posizione, come emerso nel corso della conferenza stampa tenuta dal pm Vella, è aggravata da una doppia qualifica istituzionale: tutti loro sono finiti nel mirino della magistratura non solo in qualità di commissari delegati per l’attuazione degli interventi post-emergenza, ma anche come commissari di governo per la lotta al dissesto idrogeologico. Una sovrapposizione di ruoli, questa, che secondo l’accusa non ha prodotto i risultati sperati sul terreno.

Soldi stanziati e mai spesi, la denuncia del procuratore

A rendere la vicenda ancora più grave, agli occhi degli inquirenti, è la consapevolezza storica del pericolo. Il procuratore Vella ha sottolineato un dato lapidario: “Già nel 1997 c’erano indicazioni precise sulle cose da fare, eppure non sono state fatte”. Un riferimento alla prima grande frana che colpì la cittadina nissena, dopo la quale venne persino sottoscritto un contratto di appalto, nel 1999, per realizzare le indispensabili opere di mitigazione del rischio. Un intervento da circa 12 milioni di euro (23 miliardi di lire) che, di fatto, non ha mai visto la luce. Il contratto con l’Ati (Associazione temporanea di imprese) risultò infatti risolto per inadempimento già nel 2010, mentre quei fondi – incredibilmente – giacciono ancora oggi nelle casse della Regione senza essere stati trasformati in cantieri.

Tre fasi d’indagine per un disastro annunciato

L’indagine, che il pm Vella ha definito complessa e articolata, è stata suddivisa in tre macro-fasi per districare la matassa di responsabilità accumulate in quasi trent’anni. La prima, quella che ha portato ai tredici avvisi di garanzia, riguarda la mancata realizzazione di quelle barriere fisiche e tecniche (compreso il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio) che avrebbero potuto arginare la furia del terreno. La seconda fase, già all’orizzonte, si concentrerà invece sul sistema fognario e di raccolta delle acque bianche, fin da subito individuate come possibile causa scatenante dell’innesco del fronte franoso. La terza, infine, promette di essere la più dolorosa per la collettività: verrà passata al setaccio la gestione della “zona rossa”, ovvero le aree già individuate a rischio elevato dopo il disastro del ’97, per verificare perché non siano stati effettuati sgomberi sistematici, non siano state bloccate nuove costruzioni e, in alcuni casi, siano state rilasciate autorizzazioni per opere che non avrebbero mai dovuto vedere la luce.

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