Frana di Niscemi, nel registro degli indagati finiscono gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fascicolo aperto dalla procura di Gela per il dissesto che lo scorso gennaio ha sconvolto il centro abitato del Nisseno, causando circa 1.500 sfollati e lasciando decine di edifici sospesi sul vuoto, inizia a prendere una forma definita. Il procuratore Salvatore Vella ha ufficializzato l’iscrizione nel registro di tredici persone, tutte accusate a vario titolo di disastro colposo e danneggiamento: un elenco che, come spesso accade in vicende che intrecciano ritardi burocratici e omissioni tecniche, finisce per restituire un’immagine impietosa della gestione del territorio nell’ultimo decennio e mezzo. Quattro di loro, in particolare, rappresentano il vertice dell’esecutivo regionale che si è succeduto dal 2008 a oggi: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci (quest’ultimo oggi alla guida del dicastero per la Protezione civile e le politiche del mare) e l’attuale governatore Renato Schifani.

L’indagine, come spiegato nel dettaglio dal procuratore Vella durante la conferenza stampa, si concentra su un arco temporale preciso che va dal 2010 al 2026. Per la magistratura, infatti, la frana del 25 gennaio non rappresenta un evento del tutto imprevedibile, bensì il tragico epilogo di una lunga catena di mancate esecuzioni. Le contestazioni per i quattro presidenti, e per gli altri funzionari indagati (tra cui i vertici della protezione civile regionale Calogero Foti e Salvatore Cocina, oltre ai direttori generali dell’ufficio contro il dissesto idrogeologico), non riguarderebbero tanto l’emergenza immediata, quanto il lungo periodo successivo al primo grande smottamento del 1997. Fu proprio a seguito di quel vecchio evento, spiega la procura, che furono individuate con precisione le opere necessarie per mitigare il rischio; opere che però, nonostante un appalto da 12 milioni di euro, non hanno mai visto la luce. Il contratto con l’Ati che si era aggiudicata i lavori venne risolto per inadempimento già nel 2010, e quei fondi – paradossalmente – giacciono ancora oggi nelle casse della Regione.

Un’inchiesta divisa in tre fasi temporali

L’approccio metodico degli inquirenti ha suddiviso la ricostruzione dei fatti in tre segmenti distinti, proprio per tentare di attribuire con precisione le responsabilità. La prima tranche, quella che ha portato ai tredici avvisi di garanzia attuali, riguarda la mancata realizzazione delle opere di consolidamento del costone e la manutenzione (o meglio, l’abbandono) dei sistemi di monitoraggio che avrebbero dovuto proteggere la popolazione. La seconda fase, annuncia Vella, si concentrerà invece sulla regimentazione delle acque bianche e nere, considerate una delle cause scatenanti dell’innesco della frana; la terza, infine, analizzerà la cosiddetta “zona rossa”, ovvero quelle aree già classificate come a rischio molto elevato dalla commissione insediata dopo il disastro del ’97, per verificare eventuali mancati sgomberi o autorizzazioni edilizie rilasciate in zone interdette. È evidente, insomma, come l’attuale step rappresenti solo un primo, parziale capitolo di un’inchiesta che promette di essere lunga e complessa.

Il nodo delle competenze e le reazioni degli indagati

La posizione dei quattro ex governatori – che nel tempo hanno rivestito anche i ruoli di commissari delegati per la protezione civile – è al centro di un vivace dibattito giuridico che si svolge, per ora, solo sulle colonne dei giornali. Mentre il presidente della Regione Renato Schifani ha fatto sapere di affrontare la situazione “con tranquillità”, confidando nell’accertamento della sua “correttezza”, le reazioni dei predecessori hanno assunto toni differenti. Raffaele Lombardo ha parlato di un “atto dovuto” da parte della procura, auspicando che venga chiarita la sua “assoluta estraneità ai fatti”. Più netta, forse, la posizione di Rosario Crocetta, il quale ha dichiarato di non essere mai stato informato, durante i suoi cinque anni di mandato, né delle criticità specifiche di Niscemi né dell’esistenza di progetti di consolidamento in sofferenza. Una difesa, quella di Crocetta, che sposta l’attenzione sui meccanismi di comunicazione tra gli assessorati e i vertici della macchina amministrativa.

Fondi stanziati e mai spesi

C’è un particolare tecnico, tra quelli emersi dalla conferenza stampa della procura di Gela, che assume quasi il valore di una sintesi perfetta dell’intera vicenda: i soldi per mettere in sicurezza il costone ci sono, ci sono sempre stati. I circa 12 milioni di euro stanziati a suo tempo per le opere antisismotamento non solo non sono stati spesi, ma risultano ancora accantonati nei bilanci regionali. Un paradosso contabile che la procura ha voluto sottolineare con forza, quasi a voler smontare in anticipo la scusante della mancanza di risorse. A distanza di quasi trent’anni dalla prima frana, e nonostante la definizione di “frana più grande d’Europa” usata dagli investigatori per descrivere l’estensione e la violenza dello smottamento, il territorio di Niscemi resta un cantiere infinito di responsabilità, in attesa che la giustizia stabilisca se quel vuoto lasciato dai lavori sia stato solo inerzia politica o colpa penale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.