Stretto di Hormuz, il nodo energetico globale e la corsa alle rotte alternative
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Quando si parla di sicurezza energetica globale, esiste un punto sulla mappa che funge da termometro istantaneo delle tensioni internazionali: lo Stretto di Hormuz. A distanza di mesi dall’inizio delle ostilità che hanno di fatto interrotto il traffico marittimo in quella sottile lingua d'acqua tra Iran e Oman, ci si chiede se esista una via d'uscita strutturale a questo stallo. La risposta, al momento, è negativa; non esistono alternative immediate in grado di rimpiazzare il flusso di quasi 20 milioni di barili al giorno che transitano da quel collo di bottiglia, una cifra che rappresenta circa un quinto del consumo globale di petrolio. Tuttavia, nelle cancellerie e nei quartieri generali delle compagnie energetiche, il dibattito è già caldo: come impedire a Teheran di detenere un potere di ricatto così asfissiante anche in futuro?
Le infrastrutture esistenti e i loro limiti
Non si parte certo da un foglio bianco. Già da decenni, per la precisione dagli anni Ottanta e dalla guerra tra Iran e Iraq, alcuni Paesi dell’area hanno sviluppato delle valvole di sfogo per ridurre la propria vulnerabilità. L’esempio più virtuoso è quello dell’Arabia Saudita, che può contare sull’oleodotto East-West Pipeline. Questo tubo, lungo 1.200 chilometri, attraversa il deserto per collegare i giacimenti orientali della provincia di Al Jubail al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, consentendo così di esportare greggio senza che una sola goccia passi davanti alle coste iraniane. Con una capacità che può arrivare a toccare i 7 milioni di barili al giorno, si tratta del bypass più significativo oggi disponibile. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno seguito questa filosofia con l’oleodotto Habshan-Fujairah, che termina in un grande hub logistico sull'Oceano Indiano, già fuori dallo Stretto. Il problema, tuttavia, è duplice: da un lato, la capacità di questi sistemi, per quanto impressionante, copre solo una frazione del totale che passa per Hormuz; dall'altro, anche queste rotte alternative non sono immuni da rischi. Yanbu, ad esempio, per raggiungere l'Europa deve comunque attraversare il Canale di Suez o lo Stretto di Bab el-Mandeb, un'area sorvegliata da attori ostili come gli Houthi nello Yemen.
I piani ambiziosi per il futuro
Guardando al medio-lungo termine, il tavolo dei progettisti è affollato di ipotesi che, se realizzate, ridisegnerebbero la geografia energetica della regione. Si parla insistentemente di creare nuovi corridoi terrestri, spesso integrati con ferrovie e hub logistici, come nel caso del progetto "Development Road" che dovrebbe collegare il Golfo Persico alla Turchia e poi all'Europa, passando per l'Iraq. Tra le ipotesi più concrete vi è l’estensione del gasdotto Iraq-Turchia, già esistente e recentemente riavviato, per farlo arrivare fino al Golfo, oppure la costruzione di un mega-oleodotto che dall'Iraq attraversi l'Arabia Saudita per terminare in Oman. I numeri di queste operazioni, però, fanno tremare i polsi: stime recenti suggeriscono che per realizzare un nuovo tubo di queste dimensioni ci vorrebbero almeno sette anni e un investimento che potrebbe sfiorare i 55 miliardi di dollari. A questi costi proibitivi si aggiungono le complessità geopolitiche di accordi transfrontalieri che richiederebbero una cooperazione regionale, tra Arabia Saudita, Emirati, Oman e Iraq, praticamente inesistente fino a pochi anni fa.
Il mercato del gas e la lezione europea
Un capitolo a parte merita la questione del gas naturale liquefatto (GNL), un mercato in cui il Qatar gioca un ruolo da protagonista. Se da un lato la sostituzione fisica del greggio saudita o emiratino è un'incognita, dall'altro il panorama delle forniture di gas sembra meno drammatico di quanto si temesse. L’Europa, in particolare, sta imparando a muoversi in questo nuovo scenario. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per tamponare l'assenza delle forniture qatariote non è affatto scontato dover tornare a guardare verso la Russia. Secondo le analisi dei flussi energetici, una parte significativa del gas mancante è già stata sostituita attingendo al mercato statunitense, dove le esportazioni di GNL continuano a crescere. Questa strategia si inserisce in un piano più ampio di diversificazione, dove le energie rinnovabili giocano un ruolo sempre più centrale: l'installazione di nuova capacità da fonti solari ed eoliche potrebbe, nel giro di pochi anni, compensare una grossa fetta della domanda che oggi viene coperta dal gas del Golfo. Non si tratta, quindi, di sostituire un fornitore con un altro, ma di cambiare radicalmente il mix energetico.
La cronaca di una vulnerabilità sistemica
La cronaca recente ci restituisce l'immagine di un sistema globale sorprendentemente fragile. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) non ha usato mezzi termini nel definire l’interruzione attuale come la più grave mai registrata, superiore persino agli choc petroliferi degli anni Settanta o alla perdita del gas russo dopo l'invasione dell'Ucraina. Mentre alcune nazioni, come l’Oman e la stessa Iran, hanno paradossalmente visto aumentare le proprie entrate sfruttando il caos e i prezzi impennati del Brent, altre sono state messe in ginocchio. L'Iraq e il Kuwait, privi di vie di terra alternative per esportare la loro ricchezza, hanno subito crolli verticali dei ricavi, perdendo fino a tre quarti del loro fatturato petrolifero. Questi dati, raccolti dalle società di tracciamento navale, dimostrano come la geografia sia ancora un destino implacabile: chi possiede un oleodotto che esce dal Golfo può ancora respirare, chi dipende esclusivamente dalle petroliere deve solo attendere che le acque si calmino.




