Il docufilm su Giulio Regeni escluso dai fondi pubblici, poi la retromarcia e il ritorno in sala

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda legata al documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti, ha assunto i contorni di un caso politico-culturale prima ancora di risolversi in un successo di pubblico. Nei giorni scorsi, la graduatoria relativa ai finanziamenti selettivi del Ministero della Cultura, quelli erogati tramite una commissione tecnica nominata dal governo, ha sorprendentemente escluso l’opera dalla lista dei progetti meritevoli di sostegno. Il film, che ricostruisce minuziosamente le fasi processuali dell’omicidio del ricercatore friulano avvenuto al Cairo nel 2016, aveva formalmente richiesto un contributo di 131mila euro. La commissione, invece, non lo ha ritenuto idoneo, scatenando un’immediata ondata di polemiche che hanno messo in imbarazzo gli stessi esponenti della maggioranza.

La “non scelta artistica” e le reazioni politiche

Domenico Procacci, produttore e distributore (nonché fondatore di Fandango), ha definito la bocciatura come una decisione esclusivamente politica, stigmatizzando l’operato della commissione. “Io posso capire gli errori dal punto di vista artistico”, ha dichiarato, “ma il documentario era già stato realizzato, era uscito e aveva vinto il Nastro della Legalità. Bocciarlo non è una scelta artistica: è solo politica”. Questa presa di posizione ha fatto breccia nelle stanze del potere, costringendo il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a prendere le distanze dalla decisione dei suoi uffici, ammettendo pubblicamente che si era trattato di un “errore”. Persino Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera e responsabile Cultura di Fratelli d’Italia, ha dovuto fare marcia indietro, sostenendo che il documentario “meritava di essere finanziato per il tema trattato” e offrendosi di organizzare una proiezione a Montecitorio.

La risposta del cinema e la mobilitazione nelle università

L’esclusione, lungi dall’affossare l’opera, ne ha paradossalmente amplificato la risonanza. Il produttore e distributore Domenico Procacci, cogliendo l’onda lunga della solidarietà popolare, ha annunciato il ritorno del film in programmazione in più di sessanta sale cinematografiche italiane. “Ritornare in sala”, ha spiegato Procacci, “è la risposta migliore a chi vuole a tutti i costi che questo documentario sia una battaglia di una sola parte”. Non solo cinema, però: l’opera è stata inserita in un vasto progetto culturale promosso dalla senatrice a vita Elena Cattaneo. Tra aprile e maggio, “Tutto il male del mondo” verrà proiettato in 76 atenei italiani, coinvolgendo circa quindicimila studenti in un dibattito sulla libertà di ricerca, cementando così il lascito civile di Giulio Regeni al di là della contingenza politica.

Il paradosso dei fondi e la continuità dell’inchiesta

Mentre il docufilm di Manetti veniva escluso, sono emerse contestualmente critiche sul sistema di distribuzione dei fondi pubblici, spesso accusato di opacità. Tuttavia, la caparbietà della famiglia e dei produttori ha trasformato un potenziale silenzio in un’opportunità di visibilità. Le riprese, che ripercorrono il calvario giudiziario iniziato con la scomparsa del ricercatore nel 2016 e il successivo processo ai quattro agenti dei servizi segreti egiziani, trovano così una nuova collocazione nell’agenda culturale nazionale. A dare voce a questa narrazione, oltre ai genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni, c’è l’avvocata Alessandra Ballerini, la quale ha seguito la battaglia legale fin dalle sue fasi più oscure, restituendo al pubblico il volto di un ragazzo ucciso a ventotto anni. In ultima analisi, il tentativo di esclusione si è rivelato un boomerang, restituendo al documentario quella legittimazione popolare che la burocrazia aveva tentato di negargli.

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