Tentato rapimento a Osio Sotto, l’allenatore-carabiniere: “Così l’ho fermato”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’allenamento della scuola calcio all’oratorio San Giovanni Bosco, a Osio Sotto, si stava esaurendo nei minuti di rito quando, complice forse anche una pioggia che spingeva genitori e accompagnatori a cercare riparo, un uomo si è introdotto nella zona degli spogliatoi. Erano le 18.12 di mercoledì 25 marzo, un orario in cui la normale confusione del post-partita avrebbe potuto favorire qualunque distrazione. Invece, è stato proprio quel contesto a mettere in luce la freddezza di un tentativo che, per un soffio, non si è trasformato in un rapimento.

Il protagonista di questa vicenda, un cittadino pakistano di 29 anni residente a Dalmine, si è presentato con una frase tanto precisa quanto inquietante: “Devo prelevare Assan – un nome di fantasia, si precisa –, sono venuto a prenderlo”. Il bambino che intendeva portare via, un otto anni di origini marocchine, si trovava lì tra i suoi compagni, ignaro del pericolo. A fare la differenza, in quei pochi secondi decisivi, non è stato solo l’istinto del piccolo – che ha subito negato che quell’uomo fosse suo padre – ma anche la lucidità di chi, in quel momento, rappresentava l’ultimo baluardo prima del limite.

Ivano Pontoglio, l’allenatore che aveva in carico i bambini, ha avuto un sussulto di attenzione che forse non tutti avrebbero avuto. La sua storia personale, del resto, gioca un ruolo non secondario in questa vicenda: “Noi carabinieri abbiamo la divisa nel cuore – ha spiegato – e anche se io non la indosso fisicamente più dal 1995, resto comunque un carabiniere”. Un passato nell’Arma che gli ha consentito di leggere con immediatezza le intenzioni di quell’uomo, intuendo che dietro una richiesta apparentemente banale – ritirare un figlio al termine dell’attività sportiva – si nascondesse ben altro.

La dinamica nei dettagli e il fattore tempo

Il fatto si è consumato in pochi istanti. Al termine della sessione di allenamento, con il gruppo che si stava sciogliendo e i bambini che rientravano negli spogliatoi, l’uomo ha fatto il suo ingresso cercando di confondersi tra le figure adulte solitamente presenti in quei frangenti. Gli allenatori, che avevano la responsabilità di vigilare fino alla consegna dei minori ai rispettivi familiari, si sono trovati di fronte a uno sconosciuto. È stato a quel punto che il bambino di otto anni, interpellato direttamente, ha avuto la prontezza di negare qualsiasi legame, un gesto che ha interrotto sul nascere l’esecuzione del piano.

L’attenzione degli istruttori, già allertata dall’estraneità dell’individuo, si è trasformata in un muro invalicabile. Nessuno degli adulti presenti, infatti, ha riconosciuto nell’uomo un padre o un congiunto dei piccoli atleti, e quella sensazione di estraneità ha impedito che il bambino potesse essere allontanato. La scena, descritta dai testimoni come concitata ma rapidamente controllata, ha visto subito dopo l’intervento dei Carabinieri della vicina stazione, che hanno proceduto all’arresto del ventinovenne.

Il quadro giudiziario e l’aggravante dell’età

L’inchiesta, affidata al pm Mencarelli, ha portato a formalizzare per l’uomo l’accusa di tentato sequestro di persona, con l’aggravante dell’età della vittima. Un’impostazione giuridica che riflette la gravità del fatto: non un semplice tentativo di allontanamento, ma un’azione inquadrata nei reati contro la libertà personale, con la circostanza che il fine – portare via un minore di otto anni – ha determinato un’impalcatura accusatoria particolarmente severa.

Il pakistano, che risulta residente a Dalmine, si è visto così notificare la misura cautelare in flagranza, dopo che i militari hanno ricostruito i momenti salienti dell’irruzione nell’oratorio. Il quadro probatorio, al momento, poggia sulle dichiarazioni degli allenatori, sulla pronta reazione del bambino e sulla tempestività della chiamata al 112, che ha permesso di bloccare l’uomo prima che potesse allontanarsi dalla struttura.

Il ruolo della memoria professionale in un contesto ordinario

Quanto accaduto a Osio Sotto restituisce una fotografia insolita di ciò che spesso accade in luoghi ritenuti sicuri per definizione, come un oratorio durante un pomeriggio di sport. La presenza di un allenatore con un passato nell’Arma ha rappresentato un elemento non prevedibile, ma decisivo: la capacità di riconoscere un’anomalia in una routine consolidata, e di agire di conseguenza senza lasciare spazio a esitazioni.

Non si è trattato, in quel frangente, di un’indagine complessa o di una lunga attività investigativa, ma di un’applicazione immediata di quell’approccio che chi ha prestato servizio nelle forze dell’ordine tende a conservare anche dopo aver abbandonato la divisa. La reazione degli altri presenti, allertati dai dubbi dell’allenatore, ha completato quel meccanismo di difesa collettiva che alla fine ha restituito il bambino incolume ai propri familiari.

Il ventinovenne è stato tradotto in caserma e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria, in attesa degli sviluppi processuali che faranno chiarezza sui contorni di un tentativo il cui esito, per una concatenazione di attenzioni e ricordi professionali, è stato felicemente scongiurato.

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