Il nodo di Hormuz e l’ombra di Reagan: l’appello di Trump incaglia la Nato
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Redazione Esteri
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Il blocco dello Stretto di Hormuz, che negli ultimi giorni ha assunto i contorni di una trappola geo-economica per il commercio globale – con migliaia di navi ferme e un’impennata dei prezzi energetici che l’Agenzia Internazionale dell’Energia tenta di arginare tramite il rilascio massiccio di riserve strategiche – riporta alla mente un precedente storico, seppur in un contesto geopolitico radicalmente mutato. Fu l’amministrazione repubblicana di Ronald Reagan, esattamente trentanove anni fa, a guidare l’ultima operazione militare di successo per garantire la libertà di navigazione nelle acque del Golfo Persico, messe a repentaglio allora dalla cosiddetta "guerra delle petroliere" tra Iran e Iraq. Ma l’appello odierno di Donald Trump, che invoca una coalizione per riaprire il passaggio e colpire le postazioni iraniane, rischia di infrangersi contro un muro di rifiuti e ambiguità da parte degli alleati storici, evocando piuttosto l’immagine di una flotta incagliata. Mentre i marine d’élite vengono dispiegati nell’area -5, la risposta che giunge dalle cancellerie europee è secca: quella in corso non è la nostra guerra, e lo Stretto è fuori dal perimetro d’azione della Nato.
La replica europea e la linea italiana tra Aspides e diplomazia
La reazione a catena partita da Washington ha trovato il suo epilogo nella riunione del Consiglio Affari Esteri a Bruxelles, dove i ministri hanno allineato le proprie posizioni su un netto rifiuto a farsi coinvolgere in operazioni militari nello Stretto. L’Alta rappresentante per la Politica estera Ue, Kaja Kallas, ha tagliato corto, ricordando come l’area non ricada sotto il cappello della Nato, un’alleanza che non ha territori da difendere in quel tratto di mare. Berlino, con il cancelliere Merz e il ministro Pistorius, ha parlato chiaro escludendo l’invio di altre navi nella regione -3; Londra, per bocca di Keir Starmer, ha tenuto a precisare che una missione Nato non è mai stata nemmeno immaginabile. In questo coro, la posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e confermata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si articola su un doppio binario che cerca di conciliare la lealtà atlantica con l’evitare un’escalation dai costi imprevedibili. L’Italia ribadisce la propria disponibilità a rafforzare la missione Ue Aspides – che opera nel Mar Rosso a tutela del traffico commerciale – e l’operazione Atalanta, ma esclude con nettezza qualsiasi estensione del loro mandato a Hormuz, un intervento che, come spiegato dallo stesso Tajani, ne stravolgerebbe il carattere difensivo e richiederebbe una modifica profonda.
Le mani legate di Roma e l’incognita cinese
Se il fronte occidentale mostra queste crepe, la partita vera si gioca su un tavolo più ampio che ha nella Cina il suo attore principale, come dimostra la resilienza inaspettata di Pechino di fronte allo shock energetico. Donald Trump, forte di una posizione che vede gli Stati Uniti meno vulnerabili alla crisi grazie all’indipendenza energetica, ha legato la questione alla sua imminente visita di Stato, paventando un rinvio se non arriveranno segnali concreti da chi, come la Cina, importa la stragrande maggioranza del proprio greggio passando per quel collo di bottiglia. Pechino, tuttavia, ha diversificato le rotte terrestri e accumulato scorte strategiche, riducendo la propria dipendenza e, di fatto, la propria esposizione alle pressioni americane. In questo quadro complesso, l’Italia osserva con preoccupazione i riflessi sull’export – si parla di beni per oltre venti miliardi di euro e di migliaia di container bloccati – e sull’approvvigionamento di materie prime. La linea dettata da Palazzo Chigi, che ricalca quella di gran parte dell’Unione, si fonda sulla convinzione che intervenire militarmente a Hormuz rappresenterebbe un passo oggettivo verso un coinvolgimento diretto, un rischio che Roma non intende correre, preferendo insistere sulla via diplomatica, per quanto impervia essa possa apparire. Le parole della presidente Meloni, che allinea l’Italia a molti partner europei -1, suonano come una presa d’atto di una realtà in cui le mani risultano di fatto legate, intrappolate tra l’esigenza di difendere gli interessi nazionali e l’impossibilità di seguire l’unilateralismo americano.




