Due prove, un'inchiesta e l'accusa della vedova: Navalny fu avvelenato con il veleno di una rana

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono trascorsi due anni dalla morte di Aleksej Navalny, avvenuta il 16 febbraio del 2024 nella colonia penale di massima sicurezza Charp, in Siberia, e solo ora, a distanza di tempo, emergono quelli che la vedova Yulia definisce prove inconfutabili. Un’inchiesta condotta congiuntamente da Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Francia e Germania ha stabilito che l’attivista e oppositore di Vladimir Putin, morto a 48 anni, non è deceduto per cause naturali come sostenuto dalle autorità russe, bensì a seguito di un avvelenamento con una tossina letale. La sostanza individuata nei campioni biologici di Navalny, sottoposti ad analisi approfondite dai laboratori nazionali dei cinque Paesi, è l’epibatidina, un rarissimo veleno che si trova in natura sulla pelle della rana freccia dell’Ecuador, una specie che non vive certamente in Russia.

La conferma arriva in un momento particolarmente simbolico, a ridosso dell’anniversario della scomparsa, e getta una luce sinistra sulle dinamiche della detenzione del leader dell'opposizione. La dichiarazione congiunta dei governi europei, resa pubblica anche attraverso i canali ufficiali svedesi, non lascia spazio a interpretazioni alternative: data la tossicità dell'epibatidina e i sintomi riportati, l'avvelenamento è considerato con altissimo grado di probabilità la causa del decesso, e la responsabilità, secondo gli inquirenti, ricadrebbe esclusivamente sullo Stato russo, il solo ad avere i mezzi, il movente e l'opportunità di somministrare il veleno a un prigioniero detenuto in una delle sue colonie penali -3-4. L'ipotesi, del resto, si inserisce in un tragico solco già tracciato: si pensi all'uso del novichok contro lo stesso Navalny nel 2020 e all'attacco di Salisbury nel 2018.

Yulia Navalnaya, che già nel primo anniversario aveva parlato di responsabilità dirette del Cremlino, ha ora accolto con fermezza i risultati dell'inchiesta. Intervenuta a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove due anni fa ricevette la notizia mentre era in procinto di parlare dal palco, ha dichiarato di essere grata per il lavoro meticoloso svolto in questi due anni dagli Stati europei. La certezza che aveva fin dal primo giorno, ha spiegato, è oggi suffragata da elementi concreti. In un'intervista rilasciata a Politico, Navalnaya è tornata a definire Putin un assassino, sottolineando come l'Occidente tenda a sopravvalutare la figura del presidente russo e ribadendo la necessità che venga giudicato per i suoi crimini.

Il silenzio di Mosca e la posizione degli alleati

Dalla Russia, al netto delle iniziali smentite e della tesi ufficiale della morte naturale subito archiviata, non è giunta alcuna replica ufficiale di rilievo a queste nuove e dettagliate accuse. Le ambasciate russe in Europa, contattate dalle agenzie di stampa internazionali, non hanno rilasciato commenti immediati, mentre la macchina della propaganda interna continua a dipingere Navalny come una figura scomoda ma ormai lontana dalla memoria collettiva, nonostante le commemorazioni spontanee che ancora oggi, in varie parti del mondo, ricordano la sua figura. La posizione dei governi europei, tuttavia, è chiara e si fonda su dati scientifici che, come sottolineato dal Foreign Office britannico, non possono essere ignorati: la rana freccia in cattività non produce la tossina, e questa non è presente naturalmente in Siberia, il che rende inverosimile qualsiasi altra spiegazione se non quella di una somministrazione deliberata.

Ljubov Sobol, storica avvocata e stretta collaboratrice di Navalny fin dai tempi di RosPil, ha commentato con amarezza i fatti, pur mantenendo uno sguardo lucido sulla situazione politica attuale. Interpellata sulla possibilità che Putin possa un giorno essere chiamato a rispondere di questo e di altri crimini, Sobol è apparsa scettica: secondo lei, il leader del Cremlino non pagherà mai per la morte dell'oppositore, e chiunque pensi di poter negoziare con lui commette un errore fatale, poiché l'unico linguaggio che il presidente russo sembra comprendere è quello della forza. Una posizione, la sua, che riecheggia la frustrazione di un'intera opposizione forzata all'esilio, e che pone interrogativi non banali sulla reale efficacia delle pressioni internazionali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.