Orcel: “Timore della sovranità” ma è la frammentazione che frena il mercato
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Redazione Economia
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“È meglio controllare qualcosa che non funziona o condividere qualcosa che funziona?”. Con questa domanda, a tratti retorica, Andrea Orcel, amministratore delegato di UniCredit, ha acceso i riflettori sul paradosso che, a suo avviso, attanaglia il sistema bancario europeo, durante il suo intervento al convegno del Future Investment Iniziative Institute Europe.
Un intervento che, sebbene calibrato su un’analisi più ampia del vecchio continente, ha assunto contorni estremamente precisi se letto in controluce rispetto alla vivace opposizione del governo federale tedesco all’offesa su Commerzbank, una vicenda che ormai da mesi tiene banco negli ambienti finanziari di Francoforte e non solo.
L’istituto guidato da Orcel, che ha ormai consolidato una posizione rilevante nel capitale della banca tedesca, si trova ad affrontare un muro di scetticismo che l’ad ha voluto smantellare con dati di fatto e una critica senza giri di parole al nazionalismo bancario.
Il messaggio, per quanto cifrato nelle forme di un dibattito su scala comunitaria, è un j'accuse diretto alle politiche di tutela a oltranza che, secondo il top manager, stanno finendo per danneggiare proprio chi vorrebbero proteggere.
Orcel ha infatti sottolineato come le barriere e i nazionalismi, lungi dal salvaguardare il tessuto economico nazionale, stiano aprendo le porte a competitor ben più agguerriti e meno frenati da vincoli territoriali: “Tutte queste barriere e questo nazionalismo non dovrebbero esistere” ha tuonato il ceo, aggiungendo con un certo orgoglio che UniCredit è riuscita a diventare una delle banche più efficienti e profittevoli proprio perché i suoi collaboratori hanno deciso di “aggirare le barriere”, piuttosto che subirle.
Una dichiarazione che suona come una critica implicita al governo tedesco, reo, agli occhi del manager italo-spagnolo, di anteporre ragioni di bandiera all’efficienza del sistema, con il rischio concreto di isolare Commerzbank invece di rilanciarla.
Una fotografia impietosa del mercato tedesco
A sostegno della sua tesi, Orcel ha tracciato un quadro del mercato bancario tedesco che difficilmente può essere definito lusinghiero. Secondo i dati portati a sostegno del suo ragionamento, la clientela tedesca si dimostra particolarmente insoddisfatta dei servizi offerti dagli istituti tradizionali, un malcontento che si traduce in un dato numerico significativo: il 27% degli utenti ha dichiarato di non essere soddisfatto.
In questo vuoto di offerta, hanno trovato terreno fertile le fintech, che in Germania registrano la massima penetrazione a livello europeo, insieme ai giganti bancari statunitensi, che stanno guadagnando le quote di mercato più ampie proprio in quella che dovrebbe essere una roccaforte del credito continentale. La sua esperienza ventennale in Germania, citata dallo stesso Orcel, gli ha permesso di osservare da vicino questa trasformazione: un mercato che manca di scalabilità e di investimenti, offrendo così il fianco alla concorrenza estera.
Un’analisi questa che, se da un lato evidenzia le criticità del sistema, dall’altro giustifica logicamente l’intervento di UniCredit, presentato non come un’acquisizione ostile, ma come un’opportunità per creare un polo solido capace di competere a livello globale.
La volontà politica come fattore mancante
In questo scenario di frammentazione, il manager ha indicato nella volontà politica il vero ago della bilancia per un cambiamento strutturale. “Abbiamo bisogno di volontà politica di agire” ha affermato Orcel, lasciando intendere che gli strumenti tecnici e le sinergie industriali esistono già, ma manca la spinta decisiva da parte delle istituzioni per superare gli steccati nazionali. Il riferimento è a quel paradosso per cui l’Europa, pur essendo un mercato unico, si dimostra ancora un mosaico di legislazioni e resistenze culturali quando si tratta di fusioni transfrontaliere.
Il manager ha ricordato come, in passato, eventi epocali come la pandemia da Covid e il conflitto russo-ucraino abbiano agito da “trigger”, cioè da fattori scatenanti che hanno costretto i paesi a collaborare oltre i confini; tuttavia, quella spinta collaborativa sembra essersi esaurita quando si toccano gli interessi nazionali dei singoli stati membri, come dimostra l’opposizione della Germania.
Il timore di perdere la sovranità, paventato esplicitamente da Orcel, si scontra quindi con la realtà dei fatti: se si controlla un qualcosa che non funziona, si finisce per perdere terreno a favore di chi, invece, è libero di agire.
Le parole del ceo di UniCredit, in tal senso, non sono una semplice difesa dell’operazione su Commerzbank, ma una riflessione più ampia sul futuro della finanza europea, chiamata a scegliere tra l’isolamento e la condivisione di un progetto comune per non essere schiacciata dalla competizione globale, dove le banche americane e le piattaforme tecnologiche stanno già giocando una partita diversa e molto più aggressiva.
La posizione del governo tedesco, che continua a guardare con scetticismo all’avanzata di UniCredit, rappresenta quindi l’emblema di una resistenza che, a parere del banchiere, rischia di trasformarsi in un boomerang, allontanando investimenti e know-how in un momento in cui la Germania, locomotiva d’Europa, mostra segnali di cedimento economico.
L’auspicio di Orcel, più volte ribadito nel suo intervento, è che si possa superare questa fase di stallo per costruire un sistema creditizio più solido, capace di reggere il confronto con gli altri giganti mondiali, abbandonando le “barriere” che ormai, più che proteggere, incatenano il potenziale di crescita del vecchio continente.




