La memoria non è solo questione di testa, il "rumore di fondo" del Corpo è essenziale per costruire nuovi ricordi
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Redazione Salute
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Il confine tra ciò che pensiamo e ciò che digeriamo, tra la mente e il ventre, si fa sempre più sottile. Non è una metafora, ma il risultato di indagini scientifiche che ridisegnano la mappa delle nostre funzioni cognitive: la memoria, si scopre, non risiede esclusivamente nei meandri del cervello, ma affonda le sue radici molto più in basso, nelle viscere. L'ipotesi, suffragata da dati sempre più robusti, è che il declino delle capacità mnemoniche, quella nebbia che talvolta avvolge i ricordi con l'avanzare dell'età, possa essere guidato da fattori che poco hanno a che fare con i neuroni cerebrali e molto con l'equilibrio di quelle popolazioni microbiche che abitano il nostro apparato digerente. La domanda che i ricercatori si sono posti, analizzando il tracollo della percezione nervosa proveniente dall'intestino e le sue ricadute sulla memoria, è quali meccanismi specifici guidino questo processo legato all'invecchiamento.
Del resto, non tutti invecchiano allo stesso modo dal punto di vista cognitivo: osserviamo ottantenni che mantengono una lucidità e una memoria invidiabili, quasi da ventenni. Cosa cambia, dunque, nel loro intestino? L'elemento variabile, quello che si modifica col tempo e differisce da persona a persona, sembra essere il microbiota, quell'insieme di popolazioni microbiche che popolano il tubo digerente e che già sappiamo giocare un ruolo cruciale per il benessere generale dell'organismo. Uno studio condotto da un team di scienziati cinesi ha fatto luce su questo meccanismo, identificando un attore principale: un batterio chiamato Bifidobacterium pseudolongum. La ricerca, che ha coinvolto il trapianto di microbiota fecale da soggetti anziani e da pazienti con declino cognitivo a modelli animali giovani, ha dimostrato come questi ultimi iniziassero a mostrare deficit di memoria, replicando in laboratorio il deterioramento tipico della senilità.
La chiave di tutto risiede in una sostanza, l'acido indolacetico, un metabolita derivato dal triptofano che questo specifico batterio produce. Quando i livelli di Bifidobacterium pseudolongum calano, cosa che avviene fisiologicamente con l'età o in seguito a squilibri della flora intestinale, diminuisce anche la concentrazione di questa molecola nel cervello. La sua funzione? Proteggere le sinapsi dell'ippocampo, la regione cerebrale deputata alla memorizzazione, dall'essere "fagocitate" e eliminate dalle cellule della microglia, il sistema immunitario del sistema nervoso centrale. Senza questa protezione, le connessioni neurali si indeboliscono e la capacità di formare nuovi ricordi ne risulta compromessa. Non è un caso che in un modello murino di Alzheimer, la somministrazione di questo specifico bifidobatterio abbia ripristinato i livelli di acido indolacetico, rallentando la degenerazione sinaptica.
La superstrada vagale e il rumore di fondo del
Per comprendere come un evento localizzato nell'intestino possa influenzare le funzioni più elevate del cervello, bisogna osservare il percorso fisico di questa comunicazione. Il nervo vago, il decimo nervo cranico e il più lungo e ramificato del umano, funge da vera e propria superstrada bidirezionale dell'informazione. Se è comune l'esperienza di "sentire" la pancia reagire a uno stimolo visivo o olfattivo, come il profumo di un piatto di lasagne, molto meno nota è la direzione opposta di questo flusso: non solo dal cervello all'intestino, ma costantemente dall'intestino al cervello.
Questo "rumore di fondo" viscerale, costituito da segnali nervosi, ormonali e immunitari, rappresenta il linguaggio con cui il microbiota dialoga con la mente. Il nervo vago, con le sue fibre afferenti che costituiscono la stragrande maggioranza del fascio, raccoglie le informazioni chimiche e meccaniche dall'apparato digerente — rilevando la presenza di metaboliti batterici, il pH, lo stato di distensione delle pareti — e le trasmette al tronco encefalico. Da lì, i segnali vengono smistati alle aree cerebrali superiori, modulando non solo funzioni automatiche come la sazietà o la digestione, ma anche stati d'animo, livelli di ansia e, come ora emerge, processi cognitivi complessi come l'apprendimento e la memoria.
Microbiota e invecchiamento: non solo una questione di numeri
La composizione del microbiota non è statica, ma evolve con noi. Durante la giovinezza, questa comunità microbica gode generalmente di una certa stabilità e diversità. Con l'avanzare dell'età, e specialmente superata la mezza età, si assiste a un fenomeno di rimodulazione che può portare a una perdita di diversità batterica, una condizione nota come disbiosi. Questo squilibrio, aggravato da fattori come una dieta scorretta, l'uso di farmaci o uno stile di vita sedentario, può aumentare la permeabilità della barriera intestinale, permettendo il passaggio in circolo di sostanze pro-infiammatorie. Tale infiammazione sistemica, a bassa intensità ma cronica, raggiunge il cervello e contribuisce alla neuroinfiammazione, creando un terreno fertile per il declino cognitivo.
Tuttavia, la ricerca suggerisce che non è solo la perdita di diversità a contare, ma la scomparsa di specifici ceppi "protettivi". L'esempio dei centenari è emblematico: alcuni studi hanno rilevato che individui che hanno superato il secolo di vita presentano una composizione del microbiota peculiare, talvolta con una diversità sorprendentemente elevata o con l'arricchimento di specie batteriche associate alla longevità e alla preservazione delle funzioni cognitive. Questo indica che la qualità, più che la quantità, e la presenza di batteri in grado di produrre molecole neuroattive come l'acido indolacetico, possano fare la differenza tra un invecchiamento cerebrale fisiologico e uno patologico. La strada per interventi mirati, che passino dalla modulazione della flora intestinale per proteggere la memoria, appare quindi sempre più concreta, sebbene la ricerca sia ancora in una fase di consolidamento delle evidenze scientifiche.




