Warner Bros allunga i tempi, Cameron tuona contro l’asse con Netflix e il board valuta l’ultima mossa di Paramount
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La partita per il controllo di Warner Bros. Discovery entra nella sua fase più delicata, con il consiglio di amministrazione che, pur avendo fissato per il 20 marzo la data dell’assemblea degli azionisti chiamati a votare sulla fusione con Netflix, ha deciso di concedere una finestra di sette giorni – che andrà a scadere il 23 febbraio – a Paramount Global per presentare quella che è stata definita come la sua migliore e definitiva offerta -3-7. Una mossa, quest’ultima, che rivela la volontà del board di spremere fino all’ultimo centesimo la propria valutazione, giocando su due tavoli nonostante esista già un accordo formale con la piattaforma di streaming fondata da Reed Hastings; accordo che il management, per bocca dell’amministratore delegato David Zaslav, continua a raccomandare caldamente ai soci, sottolineando come la proposta di Netflix offra maggiore prevedibilità sotto il profilo normativo e un rischio finanziario pressoché nullo, a differenza di quanto avverrebbe con l’operazione proposta dal gruppo guidato da David Ellison -1-5.
In questo clima di incertezza, dove le cifre si rincorrono e le valutazioni delle società in gioco lievitano – si parla di un’offerta di Netflix che valuta il ramo studi e streaming attorno agli 82,7 miliardi di dollari, mentre Paramount avrebbe messo sul piatto una cifra superiore, attorno ai 108,4 miliardi per l’intero gruppo, inclusa quindi la parte dei canali lineari come CNN e Discovery -4-8 – si è inserita con forza la voce di uno dei registi più potenti e influenti di Hollywood. James Cameron, il fautore di kolossal del calibro di Titanic e della saga di Avatar, ha rotto gli indugi e in una lettera indirizzata al senatore repubblicano Mike Lee, presidente del sottocomitato per l’antitrust, ha definito l’ipotesi di una fusione tra Netflix e Warner Bros. come qualcosa di potenzialmente disastroso per l’intera industria cinematografica -2-9.
L’allarme di Cameron: a rischio le sale e l’occupazione, meglio l’offerta di Paramount?
Il regista canadese, nella sua missiva, non ha usato mezzi termini per esprimere il proprio dissenso, sottolineando come il modello di business di Netflix, incentrato sulla distribuzione in streaming e sulla produzione diretta per la piattaforma, sia intrinsecamente in conflitto con le logiche che hanno sempre governato la produzione e la distribuzione nelle sale cinematografiche, un settore che, a suo dire, dà lavoro a centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti. La preoccupazione di Cameron, che pure ammette come i suoi stessi film approdino poi sui servizi on-demand, è che l’acquisizione di uno degli ultimi grandi studios tradizionali da parte del colosso dello streaming possa portare a un drastico ridimensionamento delle uscite nelle sale, con conseguente chiusura di cinema, una contrazione del numero di pellicole prodotte e una spirale negativa per l’occupazione di settore.
La sua analisi si spinge oltre i confini nazionali, toccando un nervo scoperto per l’economia americana: l’export di prodotti cinematografici. Cameron ha avvertito che, se gli Stati Uniti hanno perso il primato in settori come l’automotive o l’acciaio, restano ancora leader indiscussi nell’esportazione di film in tutto il mondo; un predominio che verrebbe irrimediabilmente compromesso se l’offerta di contenuti si riducesse e si appiattisse sulle logiche di una singola piattaforma, aprendo di fatto la strada alla concorrenza internazionale -9. Il regista, pur non citando esplicitamente Paramount come l’alternativa preferibile, ha di fatto sposato le tesi di chi vede nel matrimonio con la società di Ellison un male minore, o quantomeno un’opzione meno traumatica per l’ecosistema delle sale, un’opzione che lascerebbe intravedere la possibilità di preservare la diversità dell’offerta e il modello tradizionale di sfruttamento delle pellicole -6.
Le carte si scoprono: tra colpi di scena finanziari e nodi normativi
Sul fronte prettamente finanziario, la situazione resta in bilico e il board di Warner Bros. sembra intenzionato a giocare tutte le sue carte. Nonostante la lettera inviata a Paramount in cui si sollecitano chiarimenti su alcuni punti critici della loro proposta – come la solidità dei finanziamenti, la gestione del debito previsto di circa 84 miliardi di dollari post-fusione e alcune clausole che limiterebbero la libertà operativa della società nel periodo interinale – la porta per un rilancio è stata lasciata socchiusa. Fonti vicine al dossier rivelano, inoltre, come Netflix abbia ampi margini per ritoccare al rialzo la propria offerta, forte di una liquidità per oltre 9 miliardi di dollari in cassa, e come il contratto in essere le garantisca il diritto di pareggiare qualsiasi eventuale proposta giudicata superiore da parte della concorrenza.
La replica di Netflix non si è fatta attendere e, attraverso un comunicato ufficiale, ha respinto al mittente le critiche implicite nella lettera di Cameron e nei dubbi sollevati da alcuni azionisti. La società ha ribadito come l’accordo con Warner Bros. rappresenti “l’unico firmato e raccomandato dal consiglio di amministrazione”, sottolineando inoltre come l’operazione con Paramount solleverebbe serie preoccupazioni per la sicurezza nazionale, dato il coinvolgimento di investitori mediorientali nel consorzio guidato da Ellison; un passaggio, quest’ultimo, che quasi certamente costringerebbe a un esame approfondito da parte di organismi come il Cfius, allungando i tempi e complicando non poco l’iter autorizzativo -1-7. I riflettori restano dunque puntati sul 23 febbraio, data entro la quale Paramount dovrà trasformare le sue intenzioni in un’offerta vincolante e dettagliata, nella speranza di far vacillare le certezze di un board che, al momento, continua a vedere nella fusione con Netflix la strada maestra per massimizzare il valore per i propri azionisti, pur con la prudenza di chi non vuole bruciarsi alcuna alternativa -10.




