Nuove intercettazioni sul caso Osimhen, tra voci e bilanci

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sono emerse, attraverso le colonne di un noto quotidiano, nuove intercettazioni che gettano una luce più cruda sulle intricate trattative che portarono, nell’estate del 2020, l’attaccante Victor Osimhen a vestire la maglia del Napoli. Le conversazioni, che vedono come protagonisti i principali dirigenti sportivi del club azzurro di allora, si inseriscono nel solco dell’inchiesta della procura di Roma sulle presunte plusvalenze gonfiate, un affare di rilevanza penale che continua a svilupparsi parallelamente alla chiusura, per così dire, del caso in ambito sportivo. La vicenda, che ruota attorno a un trasferimento valutato complessivamente settanta milioni di euro, tra esborsi monetari e cessione di altri calciatori, mostra ora il suo lato più riservato, fatto di dialoghi riservati e di una consapevolezza, da parte dei dirigenti, della delicatezza dell’operazione finanziaria che stavano costruendo.

Le parole che preoccupano

Tra i frammenti di dialogo pubblicati, uno in particolare risuona con forza per la sua esplicita cautela. “Non devi scrivere nulla. Tracce nelle mail non se ne lasciano. A voce quello che ti pare”. Queste le parole che, stando alle trascrizioni, il vicedirettore sportivo Giuseppe Pompilio avrebbe indirizzato a Cristiano Giuntoli, allora direttore sportivo del Napoli, in un messaggio del 17 luglio 2020. Un monito, secco e perentorio, che sembra voler delimitare un perimetro di assoluta riservatezza, suggerendo di confinare i discorsi più delicati alla sola comunicazione orale, la quale, com’è noto, non produce di per sé una documentazione cartacea. Quel periodo, che doveva essere il culmine di una trattativa di mercato, appare invece come una fase operativa in cui la preoccupazione di non lasciare un percorso documentale chiaro diventava prioritaria.

Il peso dell’inchiesta giudiziaria

Queste intercettazioni, che fanno parte del materiale raccolto dalla Guardia di Finanza e analizzato dai pubblici ministeri, costituiscono una delle basi su cui poggia la richiesta di rinvio a giudizio per il presidente Aurelio De Laurentiis e l’amministratore delegato Andrea Chiavelli, accusati del reato di falso in bilancio. Mentre le indagini procedono sul versante penale, un altro scambio tra i dirigenti sembra riflettere l’ansia per gli oneri finanziari: “Speriamo rifiutino… sennò dovremo darci alle rapine”, una battuta che, al di là dell’iperbole, tradisce la percezione di un impegno economico di notevole entità. La procura sostiene che l’intera operazione poggiasse, in realtà, su basi fragili, con valori dei cartellini potenzialmente artificiosi.

Le voci a contrasto

A contrapporsi alla narrazione giudiziaria è la posizione di chi, come il giornalista Umberto Chiariello, definisce l’inchiesta “pressoché inesistente”, etichettandola come “fuffa” e sottolineando come il caso sportivo sia ormai “morto e sepolto”. Questa prospettiva, che accusa una “macchina del fango” in azione, evidenzia il divario tra le conclusioni degli organi sportivi, i quali non hanno riaperto il procedimento, e l’attivismo di quelli giudiziari. Le intercettazioni, dunque, non chiudono la partita ma anzi, la riaprono su un piano differente, quello della verifica della regolarità contabile e della trasparenza delle comunicazioni interne in un affare che ha segnato un record per il club.

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