Marocco, un tonfo tra lacrime e insulti nella finale di Coppa d'Africa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La partita che avrebbe dovuto consacrare il sogno di un intero popolo, ospitato in casa e sostenuto dalla pressante volontà regale di vincere, si è trasformata in un incubo dai contorni grotteschi. Fino a pochi istanti dal termine dei novanta minuti regolamentari, infatti, la finale di Coppa d'Africa tra Senegal e Marocco seguiva un copione di attesa, seppur tesa, dove l'unico vero protagonista era stato il portiere marocchino Bounou, autore di interventi decisivi per mantenere il punteggio a zero. Un equilibrio perfetto, spezzato poi da una sequenza di eventi che ha dell'inverosimile, come confermano le cronache e le immagini diffuse in ogni angolo del globo. Il dramma, o meglio la farsa tragica, si è consumata durante gli otto minuti di recupero concessi dall'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo, arbitraggio fino a quel momento condotto con impeccabile diligenza.
Il caos nel recupero: rigore, polemica e un cucchiaio fatale
Proprio in quella frazione di tempo supplementare, l'arbitro ha indicato il dischetto del rigore per il Marocco, sanzionando un contatto in area di rigore su Brahim Diaz, il talentuoso numero dieci. La decisione, giudicata da molti come errata per una spinta di dubbia consistenza, scatenò immediate e furiose proteste da parte dei senegalesi, alcuni dei quali arrivarono ad abbandonare il terreno di gioco in segno di contestazione. Il caos era totale. Quando la calma fu parzialmente ristabilita, toccò proprio a Diaz, l'uomo del presunto fallo, piazzarsi sul dischetto con l'opportunità di regalare la gloria al suo paese. La scelta che ne seguì, però, passò alla storia come un azzardo temerario e mal riuscito: un tentativo di rigore a cucchiaio, privo di forza e convinzione, che si risolse in un facile salvataggio per il portiere avversario. Un errore di calcolo che, di lì a poco, avrebbe avuto un costo altissimo.
La beffa senegalese e il crollo della stella Diaz
La beffa per la nazionale marocchina si consumò pochi attimi dopo, quando, nel quarto minuto dei tempi supplementari, il senegalese Gueye trovò il gol della vittoria, fissando il punteggio sull'1-0. Quel pallonetto fallito da divenne, così, il simbolo di un crollo collettivo. A rendere ancora più amara la sconfitta, che privava il Marocco del trofeo conteso in casa, emersero subito dopo le indiscrezioni, riprese da diverse fonti, secondo cui Brahim Diaz sarebbe stato insultato da alcuni compagni di squadra nello spogliatoio, in un clima di rabbia e frustrazione per l'occasione sprecata. Un epilogo lontanissimo dai festeggiamenti che, in altre strade, seguivano il trionfo senegalese.
La festa nelle periferie, unico contraltare alla disperazione
Mentre a migliaia di chilometri di distanza il sogno marocchino svaniva tra recriminazioni e litigi, in alcune periferie delle città italiane, come nel caso di Barriera di Milano a Torino, il verdetto del campo generava reazioni diametralmente opposte ma ugualmente appassionate. La vittoria del Senegal, infatti, ha dato vita a momenti di pura gioia tra i suoi sostenitori, con cortei di auto strombazzanti, canti e abbracci sotto la pioggia, un fiume umano che ha colorato corsi e piazze. Una festa spontanea e pacifica, speculare alla delusione che attanagliava invece gli altri, dimostrando come un singolo evento sportivo possa generare, nello stesso momento, emozioni così radicalmente diverse a pochi isolati di distanza.




