La frana al confine tra Nepal e Tibet vista dalle telecamere: la corsa contro il fango prima dell’onda

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le immagini, quelle che arrivano dai sistemi di videosorveglianza del valico di frontiera di Gyirong, sembrano tratte da un film catastrofico o forse da un incubo a occhi aperti. Si vede la vita che scorre, turisti che camminano con i loro zaini, residenti che svolgono le loro faccende quotidiane, uccelli che si muovono nell’aria rarefatta dell'altopiano. Poi, nel volgere di pochissimi secondi, qualcosa di impercettibile agli occhi ma percepibile forse solo dagli animali, scatta.

La gente comincia a correre, una fuga disperata e caotica per allontanarsi da qualcosa che ancora non si vede, mentre gli uccelli si alzano in volo in una nuvola di piume e verso. Pochi istanti dopo, il quadro si trasforma in una parete scura di fango e detriti che avanza, divorando tutto ciò che incontra e spazzando via la quiete del mattino.

Il crollo del ghiacciaio e l'onda anomala

L'evento, verificatosi nella mattinata di mercoledì 26 agosto, è stato innescato dal collasso della parte inferiore di un ghiacciaio himalayano, precipitato con violenza sul fondo della valle sottostante. La massa di ghiaccio, roccia e terra si è riversata nel sistema fluviale del Bhote Koshi, generando un'onda d'urto che ha innalzato il livello dell'acqua fino a nove metri in appena mezz'ora. A certificare la natura geologica del disastro è l'Usgs, l'Istituto di geologia statunitense, secondo il quale il terremoto di magnitudo 5.2 registrato nella zona è stato causato proprio dal crollo del ghiacciaio e dalla conseguente colata di detriti, piuttosto che da un movimento tettonico convenzionale. Una distinzione tecnica che spiega la potenza devastante dell'evento, capace di trasformare in pochi minuti i placidi fiumi himalayani in torrenti impetuosi di acqua e fango.

Il bilancio provvisorio: vittime e dispersi

L'Autorità nazionale per la riduzione e la gestione del rischio di disastri in Nepal ha aggiornato costantemente i numeri nelle ultime ore, fornendo un quadro drammatico ma ancora provvisorio. Le vittime accertate hanno raggiunto quota 165, un numero destinato purtroppo a salire man mano che i soccorsi riescono a raggiungere le aree più isolate e a setacciare il fango alla ricerca di corpi. Il dato più sconvolgente rimane tuttavia quello dei dispersi, che si attesta a oltre 1.300 persone; tra queste, almeno 826 risultano ufficialmente disperse secondo le autorità nepalesi, e una fetta consistente di questo numero è composta da cittadini stranieri, turisti e escursionisti che si trovavano nella regione in quel momento. La valle del Trishuli, insieme a quella del Bhote Koshi, è stata letteralmente spazzata via dall'onda di piena che ha distrutto ponti, strade e interi villaggi, isolando completamente vaste porzioni di territorio al confine tra i due paesi.

La dinamica della catastrofe

Quanto accaduto mercoledì rappresenta un esempio classico, e per questo ancora più terribile nella sua prevedibilità, dei rischi connessi ai cambiamenti climatici in alta quota. Il collasso di un ghiacciaio, un fenomeno noto come "glacier lake outburst flood" (GLOF) quando coinvolge laghi endoreici, o più semplicemente come crollo di seracchi, rilascia un'enorme quantità di energia potenziale trasformata in cinetica.

La parete di ghiaccio e roccia, precipitando dal versante, ha agito come un pistone idraulico, spingendo l'acqua dei fiumi a valle con una forza tale da strappare via gli argini e trasformare le pianure alluvionali in gigantesche vasche di decantazione. I testimoni oculari, quelli che sono riusciti a mettersi in salvo grazie alla fuga precipitosa immortalata dalle telecamere, raccontano di un muro d'acqua alto diversi metri che avanzava a velocità impressionante, portando con sé alberi sradicati, automobili e pezzi di case.

Soccorsi in tilt e zone isolate

Le operazioni di soccorso, coordinate tra le autorità cinesi del Tibet e quelle nepalesi, stanno procedendo con enormi difficoltà logistiche. Le strade di accesso alle valli più colpite sono state interrotte in decine di punti, costringendo gli equipaggi a procedere a piedi o con l'ausilio di elicotteri, il cui utilizzo è però ostacolato dalle condizioni meteo instabili e dalla nuvolosità che spesso avvolge le cime himalayane.

I dispersi, molti dei quali potrebbero essere rimasti intrappolati sotto le macerie o trascinati a valle per chilometri, rappresentano la priorità assoluta delle squadre di ricerca, che utilizzano cani molecolari e sonar per scandagliare il fango. Il numero di 1.300 dispersi, sebbene impressionante, include anche centinaia di turisti stranieri di cui si sono perse le tracce nel caos dell'evacuazione, e le autorità confidano che alcuni di essi possano essere stati semplicemente isolati in rifugi o alberghi della zona, in attesa di essere raggiunti dalle comunicazioni.

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