L’altra Italia a braccia conserte, Gravina nel mirino dei “veri” professionisti

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La débâcle della Nazionale italiana di calcio, uscita sconfitta ai calci di rigore nella finale di spareggio per l’accesso ai Mondiali di calcio del 2026, ha prodotto un effetto collaterale inaspettato, un cortocircuito tra mondi sportivi che raramente si incrociano. Mentre a Zenica la Bosnia festeggiava il pass per la Coppa del Mondo, a casa si scatenava una ridda di reazioni, ma quelle più taglienti non sono arrivate dalle colonne dei giornali o dai dibattiti televisivi, bensì dai guantoni di una pugile e dagli sci di un biathleta. Il riferimento va, ovviamente, allo sfogo social di Irma Testa, bronzo olimpico a Tokyo, che ha utilizzato la scia di polemiche seguite alla conferenza stampa del presidente della FIGC, Gabriele Gravina, per ribaltare il concetto di “professionismo” da quest’ultimo evocato.

Una conferenza kafkiana e la reazione dei “dilettanti”

Nell’immediato post-partita, Gravina si era presentato in sala stampa con un atteggiamento che molti osservatori hanno definito surreale, se non paradossale. Pur riconoscendo lo “stato d’animo evidente” per una eliminazione che segna la terza assenza consecutiva alla rassegna iridata (un digiuno che si protrae ormai dal 2014), il numero uno della Federcalcio ha spostato il baricentro del dibattito su un piano inedito. Per giustificare le difficoltà strutturali del sistema calcio, in risposta alle critiche che gli piovevano addosso anche da più fronti istituzionali, ha operato una distinzione netta tra la disciplina che guida e tutte le altre.

“Il calcio è uno sport professionistico – avrebbe argomentato Gravina – mentre gli altri sport sono dilettantistici”. Una definizione, quella di “sport dilettantistici”, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto forse inquadrare le differenti possibilità di riforma e di intervento legislativo, ma che è risultata pericolosamente generica. L’affermazione è apparsa ai più come una sorta di alibi per la mancata evoluzione del movimento calcistico, un tentativo di minimizzare il fallimento sportivo paragonandolo a realtà considerate – nella sua visione – minori o meno strutturate. A scardinare questa narrazione ci ha pensato una delle atlete più rappresentative di quelle “altre” realtà.

Irma Testa: “Noi veri professionisti, loro figuranti milionari”

Con una verve diretta, priva di filtri istituzionali, la pugile campana ha affidato ai social network un messaggio che suona come uno schiaffo morale alla dirigenza del calcio italiano. “I veri professionisti siamo noi – ha scritto Testa – gareggiamo e vinciamo per la maglia e il nostro Paese, guardando i giocatori milionari fare brutte figure”. Il suo sfogo ha colto nel segno proprio nella contrapposizione valoriale evocata involontariamente dal presidente federale: da un lato un sistema, quello del calcio, iper-retribuito e abituato a considerarsi il centro gravitazionale dello sport nazionale; dall’altro, atleti che pur di rappresentare l’Italia sostengono ritmi di lavoro massacranti.

Testa ha voluto mettere nero su bianco la disparità che percepisce come oltraggiosa, quando afferma di allenarsi più di un calciatore pur guadagnando “meno dei loro cuochi o delle loro tate”. La retorica del sacrificio, spesso evocata in modo astratto, diventa qui un dato concreto di una quotidianità fatta di rinunce, in netto contrasto con l’opulenza di un movimento che, a suo dire, sforna solo “brutte figure”. La pugile non si è limitata a difendere la propria categoria, ma ha anche ribadito la sostanziale indifferenza del pubblico, “impegnato a guardare il calcio”, mentre lei e i suoi colleghi portano a casa risultati e medaglie lontano dai riflettori.

Il coro del biathlon e la solitudine di Gravina

A fare da contrappunto musicale a questo coro di critiche è stata la voce del biathlon, in particolare quella di Tommaso Giacomel, uno dei punti di riferimento della disciplina azzurra. Anche lui, raccogliendo il testimone lanciato dalle parole di Gravina, ha utilizzato l’ironia per colpire l’affermazione secondo cui solo il calcio sarebbe espressione di professionismo. “Se il calcio è professionismo, allora Sinner è un amatore”, è stata la battuta a effetto, con cui Giacomel ha evidenziato l’assurdità di una categorizzazione che relega fenomeni come lo sci, il tennis o appunto il biathlon a un rango inferiore solo perché non generano gli stessi flussi di denaro.

Questa levata di scudi non è solo un campanello d’allarme per Gravina, ma rappresenta un vero e proprio terremoto nell’ecosistema sportivo italiano. Mentre il presidente della FIGC, sotto scacco per la mancata qualificazione, cercava di rifugiarsi nella convocazione di un Consiglio Federale per valutare il proprio futuro (dopo aver chiesto al commissario tecnico Gennaro Gattuso e al capo delegazione Gianluigi Buffon di restare), il confronto con le altre discipline si è fatto impietoso. La sua uscita, probabilmente dettata dalla volontà di alleggerire le proprie responsabilità politiche in seno al governo dello sport, ha sortito l’effetto opposto, attirando sul calcio italiano le critiche di chi, con budget infinitamente inferiori, continua a raccogliere successi.

Il divario tra il mito e la realtà dei campioni veri

Il dibattito, così acceso, rischia di lasciare un segno profondo. Da un lato, c’è un calcio che non si qualifica ai Mondiali per la terza volta consecutiva, un dato statistico che pesa come un macigno e che ha spinto anche la Lega di Serie A a chiedere a gran voce “la rifondazione del movimento, partendo dalle dimissioni di Gravina”. Dall’altro, ci sono realtà come la pugile Irma Testa, che nonostante il bronzo olimpico e un palmarès di tutto rispetto, si sente ancora costretta a rivendicare la propria professionalità contro chi la definisce indirettamente un’atleta di serie B.

La distanza, incolmabile, è quella che passa tra una gestione che invoca scuse strutturali (“il blocco di normative” e l’”ingessatura” del sistema, come ha ribadito Gravina in conferenza) e la concretezza di chi veste l’azzurro senza avere milioni sul conto corrente. Il tentativo di gravina di parare il colpo della mancata qualificazione alzando un muro ideologico tra “professionisti” e “dilettanti” si è trasformato in un boomerang: adesso, a chiedergli conto della “figuraccia” non sono solo i tifosi e i politici, ma un’intera schiera di atleti che nella vita reale, lontano dai campi di calcio, si guadagnano sul campo il Titolo di “veri professionisti”.

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