Il primo, enigmatico messaggio di Mojtaba Khamenei: “Hormuz resterà chiuso, vendicheremo i martiri”
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Redazione Esteri
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La nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha rotto il silenzio che perdurava dalla sua nomina, avvenuta all’indomani della morte del padre Ali, scegliendo però una modalità comunicativa quanto mai inusuale e densa di interrogativi. Il suo primo messaggio alla nazione, e al mondo intero, non è stato pronunciato direttamente dinanzi alle telecamere, bensì diffuso come una semplice traccia audio, letta da una presentatrice della televisione di Stato mentre sullo schermo campeggiava un suo ritratto ufficiale. Una scelta, questa, che lungi dal fugare le voci sulle sue condizioni fisiche, non ha fatto altro che alimentare ulteriori speculazioni; voci, peraltro, già rinfocolate dalla conferma, giunta dagli stessi ambienti di Teheran, del ferimento riportato dal nuovo leader nel bombardamento israeliano che il 28 febbraio, primo giorno del conflitto aperto con un attacco coordinato da Israele e Stati Uniti, gli ha portato via il padre, la madre e la moglie.
Il messaggio, articolato in sette punti fondamentali e trasmesso dalle emittenti iraniane, si configura come una dichiarazione di intenti netta e priva di tentennamenti, un programma di governo in piena continuità con la linea più dura del predecessore. Khamenei ha esordito con una promessa solenne: non ci si asterrà dal vendicare il sangue dei martiri, e questa rappresaglia, ha specificato, non si limiterà alla sola uccisione della Guida Suprema, ma abbraccerà ogni singolo cittadino iraniano caduto sotto i colpi del nemico, con un accento particolare posto sulla strage di ragazzine avvenuta in una scuola di Minab, un episodio che Teheran attribuisce a un missile statunitense.
Il cuore pulsante della presa di posizione del nuovo leader risiede, tuttavia, nella strategia geopolitica ed economica che intende perseguire. L’Iran, si legge nel testo letto in tv, continuerà a utilizzare la “leva” della chiusura dello Stretto di Hormuz, considerato un vitale strumento di pressione contro gli aggressori. Questo passaggio cruciale, attraverso cui transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e una percentuale significativa del gas naturale liquefatto, diviene così il perno della ritorsione persiana: un’arma a doppio taglio che, se da un lato colpisce gli interessi occidentali e dei paesi del Golfo, dall’altro rischia di innescare una crisi energetica globale dalle conseguenze potenzialmente deflagranti per un’economia mondiale già provata.
L’ombra della successione e il monito ai vicini
La scomparsa del vecchio leader e l’ascesa del figlio avvengono in un contesto di guerra aperta su più fronti, con i pasdaran che hanno lanciato offensive missilistiche contro Israele e le basi statunitensi in Medio Oriente, e con la marina americana che, nonostante le dichiarazioni, appare ancora impreparata a scortare le petroliere attraverso lo stretto conteso. In questo scenario incandescente, Mojtaba Khamenei ha rivolto un messaggio anche ai paesi vicini, ribadendo una politica di amicizia ma lanciando un avvertimento categorico: le basi militari statunitensi presenti sul loro territorio devono essere chiuse immediatamente, pena la loro designazione come obiettivi legittimi degli attacchi iraniani. Una presa di posizione, la sua, che mira a ridefinire i confini dello scontro, tentando di isolare la presenza americana nella regione e di spingere gli alleati del Golfo a prendere le distanze da Washington e da Tel Aviv.
Il fantasma della Guida e la sete di rivalsa
L’assenza fisica di Mojtaba Khamenei dal primo, cruciale atto del suo mandato, unita alle notizie di un suo ferimento alle gambe – circostanza mai ufficialmente confermata né smentita, se non da voci informali come quella del figlio del presidente Pezeshkian che ne ha dichiarato la salvezza – proietta un’ombra inquietante sulla successione. La nuova Guida Suprema governa, per ora, come una presenza inrea, un’entità la cui voce, affidata a un annunciatore, riecheggia in una nazione in fiamme. Il suo discorso, privo di alcuna documentazione video o fotografica che ne attesti lo stato, diventa così esso stesso un’arma: l’aura di mistero che lo avvolge, in un gioco di specchi tipico della teologia politica della Repubblica Islamica, potrebbe servire a proteggerlo e a consolidarne l’immagine di guida ferita ma non doma, determinata a portare avanti una guerra di vendetta che, come ha minacciato, non si fermerà. E mentre il mondo osserva quel canale di Hormuz trasformato in un imbuto dell’economia globale, è proprio l’incognita della salute e della reale capacità di comando di questo leader invisibile a rappresentare, forse, il fattore più imprevedibile di un’equazione già di per sé esplosiva.




