Trump e l’alleanza incompresa: lo strappo con la Nato sullo Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le pressioni esercitate da Donald Trump sui partner transatlantici, nel tentativo di aggregare una coalizione capace di intervenire nello Stretto di Hormuz, hanno finito per produrre l’effetto opposto a quello sperato, innescando una frattura diplomatica che pare destinata a lasciare il segno. Il presidente americano, di fronte alla chiusura del passaggio strategico decretata dall’Iran in risposta alle operazioni congiunte con Israele, aveva attivato una fitta rete di contatti con le cancellerie europee, nel corso dello scorso fine settimana, per sollecitare un contributo navale immediato. Eppure, la reazione degli alleati, lungi dall’allinearsi alle direttive della Casa Bianca, si è concretizzata in un coro di rifiuti tanto educati quanto inequivocabili, costringendo Washington a fare marcia indietro e a dichiarare che procederà unilateralmente.

La natura difensiva dell’Alleanza e la questione della competenza territoriale

Il nodo centrale del contendere, al di là delle urgenze belliche, risiede in una questione statutaria fondamentale che l’amministrazione Trump sembra aver volutamente trascurato. La Nato, va ricordato, nasce e opera come patto difensivo, vincolato all’articolo 5 per la protezione del territorio dei suoi membri, e non certo come uno strumento di proiezione di forza offensiva in teatri extraeuropei. I leader del Vecchio Continente, nel motivare il loro diniego, hanno sottolineato come l’operazione nello Stretto di Hormuz non solo non fosse stata discussa in sede di alleanza prima degli attacchi del 28 febbraio, ma ricada al di fuori dell’area geografica coperta dal trattato. La posizione tedesca, espressa dal cancelliere Friedrich Merz, è stata tra le più nette: la Germania non parteciperà ad azioni militari in quel contesto, ribadendo che la Nato non è un’alleanza di intervento bensì un organismo difensivo. Analoga la presa di distanza dell’Italia, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha circoscritto l’impegno nazionale al rafforzamento dell’operazione UE "Aspides" nel Mar Rosso, escludendo categoricamente un allargamento del mandato alle acque iraniane.

L’irritazione della Casa Bianca e il dietrofront su una coalizione impossibile

Di fronte a questo muro di opposizione, che ha visto schierate in ordine sparso ma compatte le principali cancellerie – da Parigi a Londra, passando per Bruxelles – Donald Trump ha inizialmente reagito con toni minacciosi, paventando un futuro "molto brutto" per l’Alleanza Atlantica qualora gli alleati avessero persistito nel loro rifiuto. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il presidente avrebbe rimproverato al Regno Unito di offrire supporto solo a conflitto ormai avviato, quando gli Stati Uniti avevano già "fondamentalmente spazzato via la capacità di pericolo" iraniana. Tuttavia, la scarsa adesione all’appello – con Giappone e Australia che hanno declinato l’invito, e la stessa Corea del Sud che si è presa tempo per valutare – ha convinto l’amministrazione a cambiare strategia. L’annuncio è arrivato nella giornata di martedì: gli Stati Uniti faranno da soli. In un tripudio di retorica nazionalista, Trump ha dichiarato di non avere bisogno dell’assistenza della Nato, definendo "stupido" l’errore che l’alleanza starebbe commettendo nel non appoggiare l’azione americana.

La mobilitazione unilaterale e l’ombra di un’escalation terrestre

Mentre le parole del presidente riecheggiavano nelle sale stampa, sul piano operativo la macchina bellica statunitense ha accelerato i propri movimenti. La nave d’assalto anfibia Uss Tripoli, con a bordo i 2200 marines della 31esima Marine Expeditionary Unit, è stata dirottata verso il Medio Oriente, superando lo Stretto di Malacca e facendo rotta verso il Golfo Persico. Questo dispiegamento, unito alle dichiarazioni dello stesso Trump sulla possibilità di colpire le infrastrutture petrolifere iraniane e persino di considerare l’impiego di truppe di terra per il controllo delle isole strategiche, delinea uno scenario di possibile allargamento del conflitto. Da Teheran, intanto, sono arrivate risposte che mescolano la sfida militare all’astuzia diplomatica. Il generale Ali Abdollahi, comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, ha invitato il presidente americano ad attendersi "le sorprese dell’Iran", dopo che quest’ultimo aveva millantato di averne in serbo molte per la Repubblica Islamica. Parallelamente, secondo indiscrezioni raccolte dalla Cnn, Teheran starebbe conducendo trattative riservate con otto paesi, non meglio identificati, per garantire il passaggio sicuro del petrolio scambiato in valuta cinese, una mossa che, se portata a termine, isolerebbe ulteriormente la strategia di pressione massima voluta da Trump.

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