Il freddo e le tempeste uccidono a Gaza, tra le tende degli sfollati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua, che pure aveva fatto sperare in una diminuzione delle vittime dirette del conflitto, non ha arrestato la strage silenziosa e indiretta che avanza tra gli sfollati di Gaza, costretti a vivere in condizioni disumane. Le armi, le quali non hanno mai smesso del tutto di assordare i cieli, cedono il passo, in questa tragica contabilità parallela, a elementi apparentemente naturali ma resi letali dalla distruzione sistematica di ogni infrastruttura e riparo. I forti venti invernali che si abbattono sulla Striscia, infatti, non hanno lasciato scampo: hanno fatto crollare alcuni muri sulle fragili tende, uccidendo almeno quattro persone e ferendone altre cinque, come riportato dalle autorità ospedaliere locali. Lo stesso gelo della notte, al quale i civili sono esposti senza alcuna protezione adeguata, ha stroncato la vita di un bambino di appena un anno, morto per ipotermia. Sono questi i numeri, scandalosi eppur reali, di un'emergenza umanitaria che trasforma ogni stagione in una minaccia mortale.

L'acqua e il fango invadono i rifugi di fortuna

Alla furia del vento si sono sommate, in un crescendo di disagio, piogge torrenziali che hanno colpito con particolare violenza i campi per gli sfollati. Il 12 gennaio scorso, ad esempio, l'area di Nuseirat è stata invasa dall'acqua, la quale ha allagato centinaia di tende trasformando i rifugi improvvisati in trappole di fango e umidità. Molti di coloro che vi abitano si sono visti distruggere le già scarse scorte di cibo, rendendo ancor più disperata la lotta per la sopravvivenza quotidiana. Le autorità locali, dal canto loro, denunciano la quasi impossibilità di organizzare interventi di emergenza efficaci, visti i danni subiti dai mezzi di soccorso durante i bombardamenti e la cronica carenza di carburante, necessario per far funzionare generatori e pompe. Si aggiunge, a tutto ciò, il peso di una burocrazia complessa che rallenta gli aiuti internazionali, lasciando la popolazione in balia degli elementi.

Un conteggio che somma armi, fame e freddo

Nel drammatico bilancio post-tregua, che pure registra ancora morti causati direttamente dalle operazioni militari, spicca con crudezza il numero dei bambini deceduti per cause legate alle privazioni. L'Unicef ha dichiarato che oltre cento minori sono stati uccisi a Gaza dopo l'inizio della pausa bellica, una cifra che comprende non solo le vittime di azioni di guerra ma anche quelle del freddo e della fame. È un dato che, per la sua natura, evoca un parallelo storico lontano ma dalle suggestioni potenti, ricordando come la violenza del potere si sia spesso accanita, nei secoli, sugli innocenti. Oggi, tuttavia, la dinamica è più complessa e vede intrecciarsi responsabilità multiple: da un lato l'azione militare che ha reso il territorio inabitabile, dall'altro il collasso di ogni sistema sanitario e logistico, il quale impedisce di far fronte anche a una semplice ondata di maltempo.

Una crisi umanitaria senza precedenti

Persistono dunque, nella Striscia di Gaza, condizioni di vita pericolose dopo oltre due anni di bombardamenti devastanti e di un assedio che ha limitato agli ossi gli aiuti essenziali. La carenza di tutto – dal cibo ai medicinali, dai materiali per costruire ripari al carburante – ha creato un contesto in cui anche un fenomeno meteorologico ordinario può trasformarsi in una catastrofe. Le tendopoli, sorte come soluzione disperata e temporanea, sono diventate l'unica dimora per centinaia di migliaia di persone, esposte senza difesa alle intemperie e al gelo. Gli incidenti causati dal crollo di muri o di strutture precarie, purtroppo, si susseguono, aggiungendo vittime a un elenco che sembra non avere fine, mentre la comunità internazionale fatica a trovare una linea d'azione concreta per alleviare le sofferenze di una popolazione stremata.

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