Israele chiama alle armi, ma centinaia di riservisti si rifiutano di combattere a Gaza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In Israele è in corso la più massiccia chiamata alle armi dall’inizio del conflitto a Gaza, nell’ottobre del 2023, con oltre sessantamila riservisti mobilitati dalle Forze di Difesa in vista di una vasta operazione di terra pianificata a Gaza City dall’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu. Tuttavia, a questa chiamata collettiva, che rappresenta uno sforzo bellico senza precedenti, non tutti hanno risposto presentandosi ai propri distaccamenti. Un gruppo, seppur numericamente esiguo, ha infatti opposto un netto rifiuto, alimentando un dibattito che scava nelle coscienze e nelle divisioni della società israeliana.

Tra costoro c’è Eitan, che preferisce mantenere l’anonimato per ovvie questioni di sicurezza, il quale, in una conversazione, si affretta a dichiarare di non aver mai sparato a un civile, quasi a voler preservare la propria integrità morale di fronte a quanto accaduto nella Striscia. «È lei, la coscienza, con cui poi dobbiamo misurarci», afferma, sottolineando come le operazioni militari, che hanno visto «bruciare case e città solo per il gusto di annientare», siano per lui moralmente inaccettabili e estranee ai suoi principi.

Quella di Eitan non è una voce isolata, ma si inserisce in un movimento più ampio e corale di obiezione di coscienza, il più significativo dai tragici eventi del 7 ottobre. In trecentosessantasette, su un totale di quarantamila convocati, non hanno risposto alla chiamata, dando vita a un manifesto di renitenza la cui portata simbolica supera di gran lunga il dato numerico. A parlare per loro è il sergente Max Kresh, il quale dichiara senza mezzi termini il loro rifiuto di «prendere parte a questa guerra illegale», resistendo a quello che viene descritto come un tentativo del premier Netanyahu di «sacrificare tutto per la propria sopravvivenza politica».

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