L’asse Roma-Berlino spinge per la tassa sugli extraprofitti, ma la Ue frena

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fronte dei ministri delle Finanze, guidato dal titolare italiano Giancarlo Giorgetti insieme ai colleghi di Germania, Spagna, Austria e Portogallo, ha rotto gli indugi. In una lettera indirizzata al commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, i cinque hanno formalmente chiesto alla Commissione di mettere a punto un prelievo straordinario a livello comunitario, replicando – con le necessarie varianti – lo schema già sperimentato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’occasione, per usare un eufemismo, è più che ghiotta: il conflitto in Iran e la conseguente chiusura virtuale dello stretto di Hormuz hanno fatto schizzare il prezzo del petrolio, con il Brent che è volato fino a sfiorare i 120 dollari al barile, trascinando con sé i listini della benzina e del gasolio. Eppure, nonostante l’urgenza percepita da chi deve gestire i bilanci pubblici e l’umore degli automobilisti in partenza per le vacanze pasquali, da Bruxelles arrivano segnali tutt’altro che entusiastici.

Il meccanismo dei “superprofitti” e la sfida dell’incasso

Nel mirino dei cinque ministri ci sono quei guadagni eccezionali che le compagnie energetiche realizzano grazie alle impennate dei prezzi delle materie prime, un meccanismo che ha storicamente generato forti tensioni politiche. Secondo la proposta, si tratterebbe di un contributo di solidarietà temporaneo, calcolato su quella parte degli utili – si pensi a quelli del 2025 o dell’anno in corso – che supera di una certa soglia la media dei periodi precedenti. La ratio, come spiegato nella lettera visionata da diverse agenzie, è chiara: “coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per alleviare il peso sulla collettività”. Una soluzione europea – hanno argomentato i firmatari, tra cui Lars Klingbeil per la Germania e Carlos Cuerpo per la Spagna – fungerebbe da segnale politico, dimostrando che l’Unione è capace di agire in modo unitario di fronte a una crisi che rischia di mordere ancora una volta sul potere d’acquisto di famiglie e imprese.

Tuttavia, la strada verso questo prelievo appare irta di ostacoli tecnici e, forse, di tiepidezze politiche. Fonti della Commissione, raccolte dall’Ansa, hanno già fatto filtrare un certo scetticismo: l’introduzione di una tassa coordinata, spiegano, “non garantirebbe necessariamente la rapida disponibilità di risorse finanziarie aggiuntive per gli Stati membri”. In altre parole, il timore è che la trafila burocratica per definire una base giuridica solida – in grado di resistere ai ricorsi delle multinazionali del petrolio – potrebbe allungare i tempi a tal punto da vanificare l’effetto tampone sull’inflazione. A questo si aggiunge un problema pratico non da poco: la memoria della precedente “stangata” sugli extraprofitti nel 2022, che in Italia portò nelle casse dello Stato solo 1,23 miliardi di euro rispetto a una previsione di 10, finendo per essere parzialmente smontata dalla Corte Costituzionale.

Il fronte del “no” tra lobby e ragion di Stato

Mentre l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni – reduce da una missione lampo nei Paesi del Golfo per blindare le forniture energetiche – sostiene con forza questa linea a Bruxelles, sul fronte interno le opposizioni attaccano. Ma è soprattutto dal mondo delle imprese del settore che arriva la controffensiva più dura. L’Unem, l’associazione che raccoglie i colossi italiani della filiera petrolifera, ha accolto la proposta con “sorpresa e sconcerto”, ricordando che in un contesto di prezzi alle stelle, le aziende di raffinazione sono comunque impegnate a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Il loro ragionamento, per quanto spigoloso, poggia su un assunto economico: tassare pesantemente questi margini rischierebbe di disincentivare gli investimenti e la produzione proprio nel momento di maggiore bisogno.

E c’è un altro elemento che complica il quadro, legato alla natura stessa delle società coinvolte. I cinque ministri hanno chiesto alla Commissione di valutare “se e come i profitti esteri delle compagnie petrolifere multinazionali possano essere inclusi in modo più mirato” rispetto al passato. Un’indicazione che tradisce la consapevolezza che i giganti dell’energia spesso spostano gli utili dove il carico fiscale è minore; tassarli richiederebbe una cooperazione internazionale che, in questo momento di tensioni geopolitiche estreme, appare quanto meno utopistica.

L’ombra dell’inflazione e i costi della guerra

I dati, del resto, giocano a favore della tesi dei ministri. L’indice dei prezzi al consumo nell’area euro è risalito al 2,5% a marzo, spinte proprio dalla componente energetica. Per le famiglie italiane, l’effetto concreto si è visto nei rifornimenti per le vacanze di Pasqua: secondo gli ultimi monitoraggi, il diesel in modalità self service ha toccato quota 2,130 euro al litro, una cifra che fa tremare i polsi dei titolari di autotrasporto e degli agricoltori. Da qui la richiesta, ribadita da Giorgetti all’Eurogruppo del 27 marzo, di non lasciare che l’intero peso della crisi ricada esclusivamente sui bilanci statali, già provati dal rientro delle rigide regole fiscali europee.

La posizione del commissario all’Energia, Dan Jorgensen, non sembra però allineata a questa urgenza. Solo qualche giorno fa aveva avvertito che la crisi sarà lunga e che il razionamento dei carburanti è una possibilità concreta. Le sue indicazioni alla Commissione vanno verso il contenimento dei consumi – ridurre la velocità sulle autostrade, usare i mezzi pubblici – piuttosto che verso una tassazione aggiuntiva. Una linea, quella di Bruxelles, che per ora lascia la patata bollente ai governi nazionali, invitati ad agire da soli con misure tampone come il “prestito flash carburante” annunciato dalla Francia per le piccole e medie imprese dei trasporti.

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