L’ennesima strage nel Mediterraneo, Alarm Phone: “19 morti e 20 dispersi”
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Redazione Esteri
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Il mare, che pure in queste ore si presenta agitato e ostile al largo delle coste tunisine, ha inghiottito altre diciannove vite. A fornire il conteggio – se di conteggio si può parlare, trattandosi di una tragedia annunciata – è stato il servizio di attivisti Alarm Phone, che attraverso il proprio profilo social ha aggiornato in tempo reale un bilancio destinato purtroppo a rimanere provvisorio. Secondo quanto ricostruito dalla stessa fonte, l’imbarcazione era partita sabato 28 marzo da Sfax, porto tunisino divenuto negli ultimi mesi uno snodo cruciale per le rotte dei migranti verso l’Europa. A bordo vi sarebbero state circa cinquantasei persone, ma di loro sedici sono state tratte in salvo – e quindi riportate in Tunisia – mentre venti risultano ancora disperse. I cadaveri recuperati, finora, sono diciannove.
Un primo allarme ignorato, poi la conferma del peggio
Già nelle ore antecedenti al naufragio, la stessa organizzazione che ascolta le richieste d’aiuto delle famiglie – e spesso ne raccoglie i messaggi disperati – aveva lanciato un avvertimento preciso: il maltempo nel Mediterraneo centrale era talmente violento da rendere pericolosa qualsiasi traversata, eppure il natante era già in mare. Alarm Phone aveva esplicitamente chiesto alle autorità competenti di intercettare l’imbarcazione e di mettere in salvo i passeggeri, ma la richiesta non ha sortito effetti visibili. Poche ore dopo, la conferma del peggio è arrivata dai superstiti stessi, che hanno raccontato ai volontari l’andamento della tragedia: una quarantina di persone, tra cui molte donne e minori, avrebbero perso la vita, ma i corpi effettivamente ripescati sono meno della metà di quel numero. La dispersione in mare aperto, unita alle correnti e alle pessime condizioni atmosferiche, rende ormai improbabile il ritrovamento degli altri venti dispersi.
Il rapporto Onu sulla Libia e l’impunità dei trafficanti
Proprio mentre si diffondeva la notizia di quest’ennesima strage, un rapporto del “Panel of experts” delle Nazioni Unite ha gettato luce su un quadro già noto ma mai sufficientemente condannato: in Libia, il traffico di esseri umani continua a operare “impunito” – così recita il testo – in modo del tutto palese. L’intero Paese, secondo gli esperti Onu, è finito nelle mani di gruppi armati che gestiscono i flussi migratori senza alcun timore di ritorsioni giudiziarie. Il documento cita esplicitamente il caso di Almasri, il cui ritorno dall’Italia – avvenuto senza conseguenze processuali rilevanti – dimostrerebbe, a giudizio degli analisti internazionali, come la giustizia sia diventata “irrilevante” in quel contesto. Non si tratta, quindi, di episodi isolati: il naufragio al largo di Sfax non è che l’ultimo anello di una catena di violenze, ricatti e morti che si ripete con cadenza quasi settimanale.
Numeri provvisori, una strage quotidiana
I superstiti soccorsi – sedici persone, quasi tutte in stato di shock – sono stati riportati in Tunisia insieme ai corpi recuperati. Ma il conteggio fornito da Alarm Phone oscilla leggermente a seconda degli aggiornamenti: in una prima nota si parlava di 19 morti e 21 dispersi, mentre in un successivo messaggio la cifra dei dispersi è stata ridotta a 20. Differenze minime, sul piano statistico, ma devastanti sul piano umano. L’Ong, che da anni opera come una sorta di centrale operativa informale per le richieste di soccorso nel Mediterraneo, si limita a trasmettere ciò che le viene riferito dai naufraghi e dalle loro famiglie rimaste a terra. Nessuna delle autorità statuali, finora, ha fornito una propria versione ufficiale dei fatti, né ha aperto formalmente un’inchiesta sulle responsabilità di questo ennesimo disastro.




