Gioia Tauro si mobilita per Gaza mentre l'Onu conferma lo stato di carestia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Mentre le Nazioni Unite, attraverso il rapporto dell’Ipc, confermano per la prima volta lo stato di carestia nel governatorato di Gaza – un dato destinato ad estendersi, secondo le proiezioni, a Deir al-Balah e Khan Younis entro la fine di settembre – le iniziative umanitarie tentano di trovare uno spiraglio. L’Alto commissario per i diritti umani Volker Turk ha definito l’uso della fame come metodo di guerra «un crimine di guerra», sottolineando una condanna che risuona in un panorama internazionale altrimenti assuefatto alle immagini dei bombardamenti. Le agenzie, ventuno in totale tra enti Onu e privati, dipingono un quadro in cui 132.000 bambini sotto i cinque anni sono a rischio morte per malnutrizione acuta, con madri costrette a ricorrere a misure disperate come l’uso di acque di legumi o di alternative tossiche in luogo del latte per neonati.
In questo contesto, l’amministrazione comunale di Gioia Tauro sta lavorando per attivare un canale umanitario volto all’accoglienza di minori e famiglie provenienti dalla Striscia. Il sindaco Simona Scarcella ha annunciato la convocazione della Giunta comunale per lunedì 25 agosto, con l’obiettivo di deliberare un atto di indirizzo che formalizzi la disponibilità della città. Si tratterebbe di una delle prime risposte concrete a livello locale italiana alla crisi, sebbene i dettagli operativi e le autorizzazioni necessarie rimangano ancora da definire nei loro aspetti pratici.
La crudezza della vita quotidiana a Gaza emerge con violenza dai diari personali che iniziano a circolare sulla stampa internazionale, come quello di Karim, un infermiere ventenne le cui parole sono state pubblicate dal Guardian. Egli paragona la lotta per la sopravvivenza a una sorta di «Squid Game», dove recarsi a un punto di distribuzione del cibo diventa una «lotteria della morte» che impone addii strazianti alla propria famiglia prima di ogni uscita. Queste testimonianze, che bypassano la cronaca ufficiale, restituiscono l’angoscia di una popolazione intrappolata in un incubo che va ben oltre la mancanza di cibo.




