Israele blocca 37 ong, mentre da New York a Roma cresce la pressione per un dietrofront
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Redazione Esteri
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La decisione delle autorità israeliane di negare il rinnovo delle licenze operative a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui realtà di primissimo piano come Medici Senza Frontiere, ha scatenato una reazione a catena che mette in luce la profonda crisi degli aiuti nella Striscia di Gaza. Le organizzazioni, alcune delle quali operano nei Territori Palestinesi da decenni, potranno continuare le loro attività solo fino al prossimo primo marzo, data oltre la quale il loro lavoro sul campo diverrebbe illegale. Medici Senza Frontiere, nel denunciare la misura, ha definito il diniego una “violazione del diritto internazionale”, puntando il dito sulle possibili conseguenze catastrofiche per una popolazione già stremata da mesi di conflitto. La nuova regola, che Israele ha applicato in via definitiva, impone infatti a tutte le ong di fornire dati dettagliati e sensibili sul proprio personale locale, al fine di verificare l’assenza di legami con gruppi designati come terroristici.
L'appello italiano e la mobilitazione internazionale
La risposta della comunità internazionale non si è fatta attendere, e dalla capitale italiana è partito un appello diretto al ministro degli Esteri. Un cartello di organizzazioni ha scritto a Tajani, sollecitando il governo a chiedere pubblicamente a Israele di sospendere il divieto che blocca l’ingresso a Gaza e in Cisgiordania a quelle 37 realtà. La preoccupazione, del resto, è condivisa da una coalizione molto ampia, come dimostra la nota congiunta diffusa da 53 ong, le quali hanno lanciato un monito univoco: “Assistenza umanitaria a rischio”. Senza quelle organizzazioni, già profondamente integrate nel tessuto sociale e sanitario dei territori, il già precario sistema di aiuti potrebbe collassare definitivamente, privando migliaia di persone dell’accesso a cure mediche, cibo e supporto essenziale.
La ferma richiesta del segretario generale Onu
A fare eco a queste preoccupazioni, da New York, è intervenuta con forza la voce del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Attraverso il suo portavoce Stéphane Dujarric, Guterres ha espresso di essere “profondamente preoccupato” per lo sviluppo della situazione, esortando Israele a revocare senza indugio il bando. La richiesta delle Nazioni Unite si basa su una valutazione molto chiara: le organizzazioni non governative internazionali sono considerate “indispensabili” per portare avanti quel lavoro umanitario salvavita che, in un contesto così fragile, rappresenta l’unico argine contro una catastrofe ancora più vasta. La sospensione delle loro operazioni, ha sottolineato Guterres, rischia di compromettere del tutto i fragili progressi ottenuti durante la recente tregua, minando alle fondamenta ogni tentativo di stabilizzazione.
Uno scenario complesso sullo sfondo delle tensioni regionali
La vicenda si inserisce in un quadro geopolitico particolarmente teso, dove le dichiarazioni provenienti da Teheran hanno aggiunto ulteriore complessità. L’avvertimento indirizzato al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, riguardo al “caos” che un intervento americano potrebbe scatenare, delinea uno scenario regionale dove ogni mossa viene scrutinata per le sue potenziali ripercussioni. In questo delicato equilibrio, la questione degli aiuti umanitari a Gaza assume un peso specifico enorme, diventando non solo una crisi umanitaria ma anche un elemento cardine nelle relazioni diplomatiche. La pressione su Israele, esercitata da più fronti, mira a ottenere una revoca della misura, considerata da molti osservatori come un passo senza precedenti nella limitazione dell’accesso umanitario, le cui conseguenze pratiche si manifesteranno in tutta la loro durezza a partire dal prossimo mese di marzo.




