Il rincaro dell’energia fa volare l’inflazione in Europa, ma Piazza Affari regge grazie alla tregua ipotizzata in Medioriente
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Redazione Economia
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La settimana si apre con un’ambivalenza che, per quanto paradossale, trova piena conferma nei numeri: da un lato, i mercati azionari europei – e Piazza Affari in testa – cavalcano un’onda di acquisti sostenuta dalla percezione, alimentata da un’indiscrezione del Wall Street Journal, che gli Stati Uniti siano intenzionati a chiudere rapidamente il conflitto in Iran; dall’altro, i dati macroeconomici raccontano una storia opposta, quella di un’inflazione che, per effetto proprio delle tensioni mediorientali, è tornata a correre come non accadeva da tre anni a questa parte.
Sul fronte dei listini, la seduta ha regalato poche sorprese ma molte conferme: Milano ha guidato i rialzi tra le principali piazze del Vecchio Continente, trascinata da un sentiment che, alimentato dalla speranza di una rapida risoluzione delle ostilità, ha messo in secondo piano – almeno per il momento – le preoccupazioni legate al caro-energia. Francoforte, Londra e Parigi hanno seguito a ruota, beneficiando anch’esse di quell’ottimismo contingente che ha trovato linfa vitale nella presunta svolta annunciata dal quotidiano americano. Sul mercato statunitense, intanto, l’S&P 500 segnava ampi progressi, in un contesto dove la fluidità degli scambi sembrava quasi voler scommettere su una pace lampo, capace di scongiurare gli scenari più catastrofici per l’economia globale.
A rendere più complesso il quadro, però, è proprio ciò che accade fuori dalle mura dei palazzi finanziari. L’inflazione nell’Eurozona ha subito un’impennata che ha colto di sorpresa persino gli analisti più attenti: l’indice armonizzato dei prezzi al consumo è balzato al +2,5% su base annua nel mese di marzo, un dato che lascia sul terreno le attese ferme al +2,6% e, soprattutto, cancella con un colpo di spugna i progressi faticosamente ottenuti nei mesi precedenti. La componente energetica, che da sola è aumentata del 6,8% rispetto a febbraio, è il termometro più evidente di come la guerra – e le sue ripercussioni sul costo del petrolio e del gas – abbia già iniziato a graffiare l’economia reale, riflettendosi a cascata sui trasporti, sulla produzione industriale e, in ultima istanza, sui prezzi al dettaglio.
Se il dato aggregato per l’area euro rappresenta un campanello d’allarme difficilmente ignorabile, è nella ripartizione geografica del fenomeno che emergono alcune sfumature degne di nota. L’Italia, pur subendo l’ondata dei rincari, riesce a contenere il dato in una misura inferiore rispetto a quello che si registra, per esempio, in Francia e Germania. A Berlino, in particolare, il tasso d’inflazione annuale ha raggiunto il +2,8% a marzo, una cifra che rischia di risvegliare l’antico e radicato timore tedesco per la stabilità monetaria. È proprio da Berlino, con ogni probabilità, che arriverà il pressing più forte nei confronti della Banca Centrale Europea: un’istituzione che ora si trova a dover navigare a vista tra la necessità di non soffocare una crescita anemica e l’urgenza di rispondere a un’impennata dei prezzi che, alimentata da fattori esogeni e difficilmente controllabili con la sola leva monetaria, minaccia di rendere vani gli sforzi di questi ultimi due anni.
La spada di Damocle dei tassi e la resilienza dei listini
La dicotomia tra la corsa di Piazza Affari e il balzo dell’inflazione rappresenta, in fondo, la sintesi di un momento storico in cui i mercati sembrano aver scelto di premiare la narrazione geopolitica a scapito di quella macroeconomica. L’indiscrezione secondo cui l’amministrazione Trump – oggi nuovamente alla guida degli Stati Uniti – sarebbe più propensa a chiudere il fronte iraniano piuttosto che protrarlo in una missione militare dai contorni indefiniti, ha funto da potente catalizzatore per gli acquisti. Il ragionamento sottostante, in fin dei conti, è lineare: una risoluzione rapida del conflitto equivarrebbe a un allentamento immediato delle tensioni sui prezzi del greggio, rimuovendo quella pressione che oggi grava come un macigno sui bilanci delle imprese e delle famigli europee.
Tuttavia, i numeri di Eurostat raccontano una realtà più ostica: il rialzo del costo dei carburanti, lungi dall’essere un fenomeno speculativo a breve termine, ha già attecchito nelle economie nazionali. L’aumento del 6,8% della componente energetica in un solo mese non è un dato che può essere facilmente riassorbito, soprattutto in un contesto in cui le catene logistiche mostrano ancora cicatrici dovute alle crisi passate. La prima stima flash dell’ufficio statistico europeo, pur essendo ancora provvisoria, lascia intendere che le aspettative di una normalizzazione rapida dei prezzi potrebbero rivelarsi premature.
I conti in tasca all’Europa tra caro voli e materie prime
A pesare sul sentiment, se si guarda al di là della superficie scintillante dei listini azionari, è la consapevolezza che l’aumento dell’inflazione non sia un fenomeno circoscritto a una singola voce di spesa. L’energia, in questo frangente, agisce come un moltiplicatore: il suo rincaro si trasferisce inevitabilmente sui costi di trasporto delle merci, sulla produzione industriale e, di riflesso, sul prezzo finale dei beni e dei servizi. È un meccanismo a cascata che, una volta avviato, mostra una certa inerzia e difficilmente si interrompe di colpo con la semplice firma di un accordo diplomatico.
Il balzo dell’indice dei prezzi al consumo oltre la soglia del 2,5%, ben al di sopra del tetto del 2% considerato fisiologico dalla Banca Centrale Europea, pone d’altronde un interrogativo preciso: quanto potranno i mercati ignorare il deterioramento delle condizioni economiche reali prima di doverne tenere conto? Per il momento, la scommessa sulla pace ha vinto la partita, consentendo a Milano e alle altre Borse europee di archiviare la seduta con discreti guadagni. Ma l’ombra lunga di Francoforte, con la sua tradizionale avversione per l’inflazione galoppante, continua a proiettarsi sulle prossime mosse della Bce, in un equilibrio che, per quanto precario, rappresenta l’unica bussola possibile in una fase di transizione dove la geopolitica detta ancora il passo dell’economia.




