L’accordo sul petrolio venezuelano e il ruolo di Eni e Chevron nel nuovo corso di Caracas
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Redazione Esteri
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La febbre del greggio torna a salire in Venezuela, e stavolta non si tratta soltanto delle consuete fluttuazioni dei mercati internazionali. Dopo mesi di trattative riservate, condotte all’ombra di un colpo di scena militare che ha cambiato gli equilibri politici del Paese, alcune delle maggiori compagnie petrolifere mondiali sarebbero ormai pronte a firmare accordi definitivi con il governo di Caracas.
Tra queste figurano l’americana Chevron e l’italiana Eni, due colossi del settore che, insieme ad altre realtà internazionali, si apprestano a mettere nero su bianco il proprio impegno per il rilancio del comparto energetico venezuelano, un bacino che per dimensioni e potenzialità resta tra i più ambiti del pianeta nonostante un passato recente segnato da crisi, sanzioni e infrastrutture obsolete.
Il blitz che ha cambiato le carte in tavola
Il punto di svolta, stando alle indiscrezioni raccolte dalla stampa specializzata, risale al 3 gennaio scorso, quando un’operazione delle forze speciali statunitensi ha portato alla cattura dell’allora presidente Nicolás Maduro, prelevato direttamente dal suo bunker e successivamente arrestato. Un’azione che ha di fatto spalancato le porte a un rapido riallineamento delle relazioni bilaterali tra Washington e Caracas, dopo anni di tensione e sanzioni che avevano paralizzato l’industria petrolifera venezuelana.
La mossa, presentata dagli Stati Uniti come un intervento necessario per ristabilire l’ordine democratico, ha creato le condizioni per un’accelerazione vertiginosa dei negoziati con le principali multinazionali dell’energia, che già da tempo osservavano con interesse le immense riserve di greggio del Paese sudamericano, pari a circa il 20% del totale mondiale accertato.
Gli accordi imminenti con le big del petrolio
Secondo quanto riportato da fonti vicine al dossier, Chevron ed Eni sarebbero in procinto di sottoscrivere intese finali rispettivamente con il governo venezuelano e con Pdvsa, la compagnia di Stato che da decenni detiene il monopolio delle attività estrattive. Ma non solo: nel pacchetto di accordi sarebbero coinvolti anche altri soggetti di rilievo internazionale, come la statunitense Ge Vernova, l’indiana Ongc e la colombiana GeoPark, a testimonianza di un interesse che travalica i confini continentali e che punta a ridisegnare la mappa degli investimenti energetici in America Latina.
L’obiettivo dichiarato, almeno stando alle prime dichiarazioni ufficiose, è quello di modernizzare gli impianti, incrementare la produzione e recuperare il terreno perduto in un mercato globale che non concede tregua. In quest’ottica, la firma potrebbe arrivare già nell’arco di pochi giorni, suggellando un iter negoziale avviato in gran segreto subito dopo il cambio di regime.
Le polemiche sulla cessione delle riserve nazionali
Se sul fronte economico gli annunci vengono accolti con cauta soddisfazione dagli operatori del settore, sul versante politico l’accordo sta sollevando un’ondata di critiche che rischia di minare la legittimità dell’intera operazione. Secondo i detrattori, il patto prevedrebbe di fatto la cessione di oltre il 20% delle riserve petrolifere venezuelane in cambio di investimenti e tecnologia, una percentuale che molti giudicano sproporzionata e lesiva della sovranità nazionale.
A scatenare l’indignazione popolare è soprattutto la mancanza di trasparenza: i dettagli dell’intesa non sono stati resi noti né discussi in Parlamento, e il governo ad interim non avrebbe ancora fornito garanzie sufficienti sulla corrispondenza dell’accordo con i principi costituzionali che tutelano le risorse naturali del Paese.
La percezione, ampiamente diffusa tra gli osservatori locali, è che i benefici dell’operazione possano finire per privilegiare in modo esclusivo gli interessi privati statunitensi, relegando la popolazione a un ruolo marginale in una partita che riguarda il futuro della sua principale ricchezza.
Eni e il doppio binario sudamericano
Per l’Eni, il gruppo guidato da Claudio Descalzi, l’intesa con Caracas rappresenta il secondo importante capitolo sudamericano in pochi mesi, dopo gli sviluppi positivi registrati in Uruguay con l’avvio di progetti esplorativi in acque profonde. La strategia della major italiana appare dunque sempre più orientata a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, riducendo la dipendenza da aree tradizionali come il Nord Africa e il Medio Oriente, in un momento in cui la transizione energetica impone scelte complesse e bilanci tra investimenti fossili e rinnovabili.
Tuttavia, l’operazione venezuelana si presenta sotto una luce particolare: il greggio pesante dell’Orinoco, che costituisce la spina dorsale delle riserve locali, richiede tecnologie avanzate per l’estrazione e la raffinazione, e il know-how di Eni potrebbe rivelarsi determinante per rilanciare una produzione che negli ultimi dieci anni ha subito un crollo verticale, passando da oltre 3 milioni di barili al giorno a meno di 500.000.
L’ingresso della società italiana, insieme a quello di Chevron, viene visto come un primo passo per invertire questa tendenza, anche se le condizioni operative restano ancora tutte da verificare sul campo.
La questione giudiziaria e i nodi costituzionali
Sullo sfondo, rimane aperta la questione della legittimità formale degli accordi, che secondo diversi giuristi venezuelani richiederebbero una ratifica legislativa per essere pienamente validi. La Costituzione del Paese, infatti, stabilisce che i contratti relativi allo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili debbano essere sottoposti al vaglio dell’Assemblea nazionale, un passaggio che, allo stato attuale, non risulta essere stato rispettato.
Il governo provvisorio, insediatosi dopo la cattura di Maduro, ha giustificato la scelta con la necessità di agire in tempi rapidi per scongiurare il collasso dell’economia, ma le opposizioni denunciano una deroga pericolosa ai principi democratici e chiedono l’apertura di un’inchiesta parlamentare.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiungono le possibili ripercussioni sulle procedure giudiziarie già in corso negli Stati Uniti riguardanti i beni di Pdvsa congelati dalle sanzioni, un groviglio legale che gli avvocati delle compagnie coinvolte stanno cercando di districare con cautela, per evitare che i nuovi investimenti vengano bloccati da azioni legali concorrenti.
Nel frattempo, le strade di Caracas tornano a popolarsi di dirigenti stranieri e consulenti energetici, mentre le piattaforme petrolifere attendono il via libera definitivo per riaccendere i motori. Le scadenze sono serrate e le aspettative enormi, ma il margine di manovra per gli attori coinvolti è già stato ridefinito dal nuovo equilibrio politico e dalla spinta di Washington a concludere in fretta l’operazione.
Resta da vedere se la corsa al greggio saprà tenere conto anche delle istanze di chi, in Venezuela, considera quelle riserve non solo una fonte di reddito, ma un patrimonio identitario da difendere.
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