Valentina Sarto uccisa a Bergamo, la madre: «Quel messaggio vocale prima delle coltellate. Le aveva detto: non ti amo più»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il racconto di Lia Ventura, madre della vittima, ricostruisce le ultime, drammatiche ore di una relazione ormai al collasso, offrendo un quadro preciso della spirale di violenza che ha preceduto il femminicidio di Valentina Sarto, la quarantunenne uccisa a coltellate dal marito Vincenzo Dongellini nell’abitazione di Bergamo. A emergere, dalle dichiarazioni rilasciate nel corso della trasmissione “Dentro la Notizia”, è il contenuto di un messaggio vocale che la donna aveva inviato al coniuge, un passaggio che la madre definisce la “miccia” che avrebbe innescato la furia omicida. Valentina, spiega la genitrice, aveva esplicitato in quella registrazione la volontà di porre fine al matrimonio, dichiarando di non amarlo più. L’uomo, secondo quanto riferito, avrebbe inizialmente reagito chiedendo un’altra possibilità, ma l’ennesimo rifiuto – siglato dalla frase «non ti amo più, amo un altro» – avrebbe rappresentato il punto di rottura definitivo.

Segnali premonitori e violenze pregresse

Le testimonianze dei familiari, raccolte dagli inquirenti e riprese in diversi contesti mediatici, dipingono un quadro di violenze sistematiche e minacce costanti che avrebbero caratterizzato gli ultimi mesi di convivenza. Il padre della vittima, insieme al fratello, ha rivelato episodi di aggressioni fisiche che erano state nascoste nel tentativo, forse ingenuo, di preservare l’unità familiare o nella speranza di un cambiamento che, di fatto, non è mai arrivato. Tra le violenze raccontate, spiccano il gesto di averle “sbattuto la testa contro l’armadio” e la “mano stritolata”, dettagli emersi durante le interviste rilasciate dai genitori. Lia Ventura ha inoltre aggiunto che, quando la figlia aveva manifestato l’intenzione di andarsene, l’uomo l’aveva minacciata di ucciderla nel sonno se avesse osato lasciare la casa. Un aspetto, questo, che conferma la pericolosità di un soggetto che non riusciva a elaborare la separazione, trasformando la gelosia in un movente letale.

L’inchiesta giudiziaria e le reazioni degli inquirenti

La Procura di Bergamo, sotto la direzione del sostituto Antonio Mele, ha formalizzato l’accusa di femminicidio nei confronti del quarantanovenne, il quale, dopo essere stato trasferito dall’ospedale al carcere, si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di garanzia. Le indagini, condotte dalla squadra mobile, hanno acquisito la testimonianza dell’uomo che la vittima frequentava da febbraio, Moris Panza, il quale ha dichiarato di averla più volte esortata a sporgere denuncia, accompagnandola addirittura sabato scorso dai carabinieri di Almenno San Salvatore per avere un “consiglio” senza però formalizzare un esposto. L’autopsia, eseguita all’obitorio dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, ha confermato che la donna è stata raggiunta da almeno sei fendenti, inferti prevalentemente alla schiena e al collo, segno che potrebbe indicare l’assenza di un tentativo di difesa attiva, forse perché colta di sorpresa. La Scientifica ha rinvenuto nell’appartamento tre coltelli, due dei quali sul letto e uno a terra, mentre le condizioni dell’uomo, che aveva tentato di ingerire candeggina, non sono mai state giudicate gravi.

Il contesto di una relazione tossica

A testimonianza della conflittualità interna alla coppia, gli inquirenti stanno vagliando il materiale probatorio costituito da messaggi vocali e registrazioni di liti, consegnati agli inquirenti dall’attuale compagno della vittima. Dai primi accertamenti, risulta che i due, sposati da meno di un anno ma legati da un rapporto decennale, vivessero un periodo di profonda crisi. La donna, che lavorava come barista in un locale storico nei pressi dello stadio di Bergamo, non aveva mai formalizzato denunce per maltrattamenti, sebbene una vicina abbia riferito di aver udito frequenti litigi provenire dall’appartamento in via Pescaria, senza mai immaginare che potessero sfociare in una tragedia di tale portata. La sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, ha definito l’accaduto una “ferita profonda”, sottolineando come la violenza si annidi spesso dietro dinamiche di controllo e isolamento che rendono difficile l’emersione della richiesta di aiuto. I genitori di Valentina, nel ripercorrere quei giorni, hanno espresso il dolore per ciò che considerano un esito evitabile, laddove il peso delle violenze fosse stato condiviso prima che la situazione precipitasse in modo irreversibile.

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