Tajani rivendica il «successo» sulla flessibilità Ue: «Via al nucleare, l’Ucraina nell’Unione ma prima i Balcani»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha accolto con una punta di evidente sollievo il via libera della Commissione europea alla flessibilità di bilancio per l’emergenza energetica, un risultato che arriva in una fase particolarmente delicata per il governo alle prese con margini di manovra sempre più risicati e una crisi internazionale che rischia di aggravare ulteriormente il caro prezzi.

La decisione, formalizzata ieri dal commissario Valdis Dombrovskis nel quadro delle raccomandazioni del Semestre europeo, concede all’Italia – e agli altri Stati membri che ne faranno richiesta – uno spazio fiscale aggiuntivo che il titolare della Farnesina non esita a definire un «successo», frutto di una trattativa paziente che ha evitato le derive di un autonomo e pericoloso sforamento di bilancio.

Si tratta, nel dettaglio, della possibilità di utilizzare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel triennio 2026-2028, con un limite cumulato che non potrà superare lo 0,6% del Pil; queste risorse, ha specificato Dombrovskis, dovranno però essere destinate esclusivamente a misure che accelerino la transizione verde e l’indipendenza dai combustibili fossili, escludendo categoricamente interventi non mirati come il taglio generalizzato delle accise.

Una vittoria, quella di Roma, che porta però con sé un paletto stringente destinato a far discutere: la flessibilità concessa non potrà in alcun modo finanziare la riduzione delle accise su benzina e diesel, una pratica che Bruxelles considera ormai un incentivo distorto al consumo di energia sporca in piena emergenza di approvvigionamento.

Nel momento stesso in cui il governo incassa la boccata d’ossigeno necessaria per fronteggiare le ripercussioni del blocco nello Stretto di Hormuz, la Commissione ribadisce che i soldi europei serviranno a sostenere famiglie e imprese solo se accompagnati da un cambio di rotta strutturale, spingendo l’esecutivo verso un mix energetico che Tajani, in un’intervista a La Stampa, ha delineato senza troppi giri di parole: «concreto e realistico, non ideologico», dove oltre alle rinnovabili trovino spazio «nuove forme di nucleare».

L’Italia, insomma, potrà contare su un margine di spesa che gli esperti quantificano in circa 13-14 miliardi nell’arco dei tre anni, ma a patto di dimostrare di voler davvero voltare pagina rispetto alla dipendenza da gas e petrolio.

La metamorfosi dei fondi europei e il nodo del catasto

Sullo sfondo di questa partita a scacchi tra Roma e Bruxelles si consuma un’evoluzione silenziosa ma profonda della natura stessa dei fondi comunitari, che da strumento di coesione territoriale finalizzato a colmare i divari infrastrutturali si stanno trasformando in un bancomat per fronteggiare le emergenze nazionali, come già avvenuto durante la pandemia.

L’apertura del commissario Raffaele Fitto a utilizzare le risorse della politica di coesione – e persino i residui del Pnrr – per calmierare i prezzi dell’energia segna un ulteriore passo verso quella che gli analisti definiscono una «metamorfosi»: i fondi pensati per investimenti strutturali di lungo periodo finiscono così per alimentare spesa corrente, nelle mani dei governi centrali, in un anno peraltro pre-elettorale dove la tentazione di allentare i cordoni della borsa è più forte che mai.

Non solo energia, però, perché il pacchetto di raccomandazioni presentato da Dombrovskis riaccende i riflettori su un altro fronte caldo della politica italiana, quello della riforma del catasto e degli immobili, una richiesta che Bruxelles avanza ormai da oltre un decennio senza mai aver visto risultati concreti.

La Commissione, nelle sue indicazioni per l’Italia, ribadisce con insistenza la necessità di aggiornare i valori catastali adeguandoli ai valori di mercato, un intervento che aprirebbe scenari complessi sul fronte della pressione fiscale sugli immobili e che riaccende inevitabilmente il dibattito politico all’interno della maggioranza.

L’esecutivo, da parte sua, sembra intenzionato a giocare la carta della flessibilità appena conquistata per alleggerire la bolletta di famiglie e imprese senza però intaccare le casse pubbliche con manovre espansive non coperte, cercando di navigare a vista tra le rigide condizioni imposte da Bruxelles e le urgenze del caro vita. Tajani, in questo senso, ha rivendicato la bontà dell’approccio italiano, quello del negoziato leale che evita «scostamenti di bilancio autonomi» i quali, a suo avviso, avrebbero danneggiato la credibilità del Paese agli occhi dei mercati finanziari.

La strategia sull’allargamento: Ucraina e Balcani

Sul fronte della politica estera, il ministro Tajani ha voluto chiarire la posizione italiana in merito al futuro assetto dell’Unione, sostenendo con fermezza l’ingresso dell’Ucraina come «un fattore potente di sicurezza e stabilità» per l’intero blocco, ma ponendo un paletto chiaro che ha il sapore di una priorità strategica non negoziabile.

Se da un lato l’Italia si dice favorevole ad accelerare i tempi per l’adesione di Kiev, dall’altro Tajani ha sottolineato che non si possono dimenticare i Paesi dei Balcani occidentali, in attesa di entrare nell’Unione ormai da più di un decennio e che rischierebbero altrimenti di essere definitivamente marginalizzati da un’Europa distratta dalle crisi calde del momento.

Le ragioni dei Balcani, ha spiegato il ministro, devono essere considerate con la stessa urgenza di quelle ucraine, in un’ottica di completamento di quel disegno di integrazione che per decenni ha rappresentato la principale politica di esportazione di stabilità del Vecchio Continente.

L’approccio di Tajani, che ricalca la linea già espressa in altre sedi dal governo, cerca di bilanciare il sostegno all’Ucraina – messo a dura prova dalla prosecuzione del conflitto – con la necessità di non trascurare l’area dei Balcani, un vero e proprio serbatoio di instabilità potenziale alle porte dell’Italia. L’allargamento, insomma, non deve essere una partita a somma zero, bensì un processo parallelo che, rispettando i criteri stabiliti da Copenhagen, porti a compimento un’Europa geograficamente più completa e politicamente più coesa.

Una posizione, quest’ultima, che risponde anche a una precisa sensibilità nazionale, dato il peso specifico che le rotte balcaniche rivestono per i flussi migratori e per le rotte energetiche che interessano direttamente il nostro Paese, senza tuttavia che il capo della diplomazia italiana sia mai sceso in dettagli operativi sui tempi di questa doppia corsa verso Bruxelles.

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