I nuovi tamburi di guerra sull’Europa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tentativo dell’Europa di porsi come attore diplomatico autonomo, magari nella speranza di mediare o – a seconda dei punti di vista – di ostacolare un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, mostra evidenti segni di cedimento strutturale.

A certificare questa impasse ci ha pensato il viceministro degli Esteri di Mosca, Serghej Ryabkov, il quale ha recentemente dichiarato che i lievi progressi compiuti nella normalizzazione delle relazioni bilaterali con il Paese d’Oltreoceano non sono stati sufficienti per superare le difficoltà accumulate negli anni, un’ammissione che di fatto congela il dialogo in un momento storico particolarmente delicato.

E se sul fronte diplomatico il ghiaccio sembra spesso, sul campo di battaglia la situazione ribolle: la Russia, pur apparendo bloccata in Ucraina, sta sferrando attacchi sistematici e particolarmente violenti contro Kiev, tanto da spingere le cancellerie europee a interrogarsi su quale sarà la prossima mossa del Cremlino.

La minaccia russa e il timore di un allargamento del conflitto

Nelle capitali europee, ormai da diverse settimane, cresce un sentimento di inquietudine: il presidente Vladimir Putin, secondo gli analisti, potrebbe tentare di rimescolare le carte in tavola, non limitandosi più a martellare l’Ucraina, ma estendendo il conflitto direttamente al cuore dell’Europa. I segnali in questa direzione, a dir la verità, non mancano. La Russia ha rilasciato dichiarazioni sempre più bellicose contro gli Stati baltici, membri della Nato, arrivando a minacciare apertamente di bombardare i “centri decisionali” in Lettonia.

L’accusa, prontamente respinta dalle autorità lettoni, è quella di ospitare operatori di droni ucraini; un pretesto, secondo molti osservatori, che Mosca sta utilizzando per testare la solidità dell’articolo 5 del Trattato Atlantico. Come se non bastasse, la situazione è resa ancora più esplosiva dalle dichiarazioni di Garri Kasparov, il celebre campione mondiale di scacchi diventato oppositore accanito dello zar.

Kasparov, che non è nuovo a previsioni catastrofiche, ha lanciato un allarme preciso: la guerra in Ucraina è un cancro che va estirpato prima che si diffonda, e Putin – secondo la sua analisi – potrebbe estendere la guerra all’Europa già entro l’anno.

L’ultimatum di Sachs a Berlino

In questo clima di crescente tensione, la voce fuori dal coro di Jeffrey Sachs, celebre economista della Columbia University, risuona come un monito inascoltato o forse, a seconda dei punti di vista, come l’estrema ratio del realismo. Sachs ha pubblicato una lettera aperta sul quotidiano Berliner Zeitung, indirizzata al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha il sapore di un vero e proprio ultimatum.

“Nessun altro leader europeo – né a Parigi, né a Varsavia, né a Roma – ha il peso della Germania o il potere che lei possiede per prevenire questa catastrofe”, ha scritto Sachs, lanciando un appello diretto a Berlino affinché prenda in mano le redini di una trattativa che molti danno ormai per impossibile.

Secondo l’economista, la sicurezza europea è indivisibile e la storia conta: ignorare le legittime preoccupazioni di sicurezza della Russia, dimenticando gli impegni presi negli anni Novanta sulla non espansione della Nato, non è diplomazia ma miopia strategica, e solo la Germania ha la forza politica per invertire questa rotta prima che sia troppo tardi.

La situazione attuale, insomma, è quella di un’Europa che si sente accerchiata. Da un lato deve fare i conti con la pressione militare russa, che continua a colpire le infrastrutture civili e le capitali nemiche cercando di seminare il panico; dall’altro, assiste impotente al deterioramento del dialogo tra grandi potenze, con Mosca che sospende i negoziati e alza la posta in gioco.

La risposta di Bruxelles, al momento, è stata quella di respingere le minacce e ribadire il sostegno a Kiev, ma la sensazione – leggendo tra le righe delle dichiarazioni degli ultimi giorni – è che si stia semplicemente compiendo l’ennesimo passo verso l’abisso, senza che nessuno abbia ancora tirato il freno di emergenza.

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