Dl elezioni è legge, voto in due giorni ma per i fuorisede resta il nodo del referendum
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il Senato ha posto la fiducia e il decreto Elezioni, dopo il passaggio alla Camera e l’esame in commissione Affari costituzionali, è stato convertito in legge con 87 voti favorevoli, 58 contrari e un astenuto: cambia così, per il solo 2026, la geografia delle operazioni di voto, con le urne aperte non più per la sola domenica – come stabilito dalle normative di contenimento della spesa pubblica risalenti al 2014 – bensì anche il lunedì successivo, dalle 7 alle 15, a prolungamento della domenica stessa, il cui orario resta fissato dalle 7 alle 23 -1-4.
Una deroga, quella articolata nell’articolo 1 del provvedimento, che interviene innanzitutto sulle consultazioni referendarie e sulle elezioni comunali ed eventuali suppletive, e che dispone altresì un incremento del 15 per cento dei compensi forfettari per presidenti di seggio, scrutatori e segretari, onere coperto da una ridistribuzione di circa 6,1 milioni di euro del fondo speciale di parte corrente del ministero dell’Economia -4. Se l’estensione dell’orario viene giustificata dal governo come strumento per agevolare la partecipazione – e in tal senso il provvedimento recepisce spinte che venivano da più parti –, la selezione delle misure incluse e, specularmente, escluse dal testo ha però aperto una frattura, all’interno dell’aula di palazzo Madama, ben più profonda della mera dialettica tra maggioranza e opposizione.
La rimozione del voto fuori sede e l’eccezione del 2026
Il nucleo della contesa, destinato a riverberarsi nel dibattito pubblico delle prossime settimane, risiede nella mancata estensione del voto ai fuorisede per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, in calendario il 22 e 23 marzo. L’emendamento presentato dalle opposizioni – che avrebbe consentito a studenti, lavoratori e persone in cura lontane dal comune di residenza di esprimere il proprio voto nel luogo di domicilio temporaneo, come già sperimentato nelle europee del 2024 e nel referendum del 2025 – è stato respinto dalla maggioranza sulla base di una preclusione tecnica: non vi sarebbe, secondo la relazione tecnica allegata al dl, il margine temporale sufficiente per allestire le procedure amministrative, informatistiche e organizzative necessarie a garantire il voto fuori sede in una finestra utile rispetto alla data fissata per la consultazione -2-5.
Tuttavia la data del 22 e 23 marzo, come emerso dalla requisitoria del senatore Dario Parrini nel corso della discussione generale, non rappresenta una variabile indipendente dettata da esigenze di calendario improrogabili, bensì l’esito di una determinazione politica assunta dall’esecutivo e dalla maggioranza che lo sorregge, le quali avrebbero potuto – qualora ve ne fosse stata la volontà – posticipare di alcune settimane la consultazione, oppure includere la norma sui fuorisede nel decreto stesso, o ancora calendarizzare un disegno di legge organico sulla materia fermo in Parlamento da diverse legislature -8. L’obiezione, sollevata da più banchi dell’opposizione, si fonda su un paradosso procedurale: lo stesso governo, che dalla sua nascita ha fatto ampio ricorso alla decretazione d’urgenza – oltre centoventi decreti-legge dalla sua installazione –, ha escluso per ragioni di tempistica l’inserimento di una norma che avrebbe garantito il diritto di voto a circa cinque milioni di cittadini.
Il dibattito al Senato e le reazioni dei gruppi
Nelle dichiarazioni di voto e negli interventi in Aula si è registrata una concentrazione di argomentazioni, anche da parte di esponenti delle forze di maggioranza, che hanno lasciato trasparire, a microfoni spenti e in conversazioni riservate con funzionari e cronisti parlamentari, una crescente inquietudine circa l’effetto che questa esclusione potrebbe produrre sull’esito del referendum, dopo settimane in cui i sondaggi avevano registrato un’iniziale fiducia nel fronte del sì e, contestualmente, una rimonta sostenuta e organizzata del comitato per il No -1-8.
Il senatore del Partito democratico Marco Meloni, nel suo intervento in dissertazione del provvedimento, ha definito l’impianto del decreto come l’espressione di una strategia consapevolmente volta a comprimere il confronto pubblico e a limitare il più possibile la platea dei votanti, laddove si trattava, per sua natura, di un testo che avrebbe potuto esaurirsi in una funzione meramente organizzativa -2. E se il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, ha evocato il cortocircuito democratico insito nel negare a milioni di italiani la possibilità di pronunciarsi su una modifica della Carta costituzionale -5, il vicepresidente della commissione Affari costituzionali, il dem Dario Parrini, ha usato un’immagine plastica e volutamente aspra – il pugno in faccia – per descrivere la condizione di chi, già marginale rispetto ai luoghi decisionali per ragioni economiche o sociali, si vede preclusa anche la via dell’urna -8.
L’organizzazione referendaria e il protagonismo dei territori
Mentre il dl Elezioni esauriva il suo iter legislativo, il tessuto associativo ha iniziato a mobilitarsi in modo autonomo: nel Mugello, il Comitato Società Civile per il No ha annunciato una serata di approfondimento con il magistrato Beniamino Deidda – figura di lungo corso nella magistratura, già componente del Consiglio superiore della magistratura e noto per i suoi studi sulla giurisdizione –, nel corso della quale verranno esaminati i profili di criticità del testo sottoposto a referendum e, parallelamente, si discuterà degli ostacoli materiali che si frappongono al voto degli elettori temporaneamente lontani -6. Non si tratta, nell’economia della comunicazione referendaria, di un evento isolato, ma di un tassello di una rete di iniziative che si sta estendendo, silenziosamente e senza particolare enfasi mediatica, su più province, a testimonianza di un radicamento territoriale della campagna per il No che pare aver intercettato, oltre alle consuete aree di opinione, anche segmenti di elettorato tradizionalmente distanti dalle mobilitazioni sui temi della giustizia.
keywords: dl elezioni 2026, voto lunedì, fuorisede esclusi, referendum costituzionale, decreto legge convertito
description: Via libera definitivo del Senato al dl Elezioni: il voto si terrà domenica e lunedì, ma niente fuorisede per il referendum sulla giustizia. Le ragioni del conflitto.




