Il petrolio scende a 90 dollari, i mercati scommettono sulla distensione con l’Iran
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Redazione Economia
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Il greggio continua a perdere colpi, e il motivo – per chi segue le dinamiche del Medio Oriente – è tutt’altro che misterioso. Il West Texas Intermediate, che al momento della scrittura oscilla attorno a quota 91,13 dollari al barile (con il gas naturale che passa di mano a 2,599 dollari), ha subito l’ennesima flessione dopo l’annuncio, arrivato direttamente da Donald Trump, di un imminente ritorno al tavolo dei colloqui con la Repubblica Islamica. Una notizia, quest’ultima, che arriva mentre le borse europee mostrano ancora la loro cautela, con Piazza Affari che prova a tenere botta meglio delle colleghe di Francoforte, Londra e Parigi. L’euro si mantiene sostanzialmente stabile sul dollaro a 1,179, mentre l’oro subisce una leggera correzione.
Le due grandi sfide dello Stretto e il peso delle materie prime
L’obiettivo, per la Casa Bianca, resta duplice e ambizioso: da un lato si cerca di scongiurare i rischi legati alla gestione dello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato per il 20% del greggio mondiale che l’Iran ha di fatto reso impraticabile, e dall’altro si punta a mettere un freno definitivo al programma nucleare iraniano. A spingere giù le quotazioni, in queste ore, è proprio la percezione – alimentata dal presidente americano – che la guerra sia quasi finita. Se il mercato inizia a scommettere sulla pace, lo fa perché una tregua riaprirebbe i rubinetti bloccati, allentando quella morsa speculativa che aveva portato il Brent a schizzare oltre i 100 dollari alla fine di marzo. Un balzo, quest’ultimo, partito da quota 60 dollari all’inizio di gennaio, che ha evidenziato la fragilità di un sistema energetico globale tenuto in ostaggio dalle tensioni geopolitiche.
L’effetto domino sull’economia reale e i timori sui derivati
Non è solo questione di benzina al super oppure di costi per il riscaldamento, ovviamente. La crisi in corso, e la sua possibile risoluzione, hanno ripercussioni ben più profonde che gli analisti stanno cercando di mettere a fuoco in queste settimane. Se da una parte i rincari più vistosi si sono visti sui derivati del petrolio – come il carburante per aerei, le cui scorte hanno subito una contrazione notevole – dall’altra restano tutti da definire gli effetti su altre materie prime strategicamente legate all’energia. Si pensi ai fertilizzanti, fondamentali per l’agricoltura e già sotto stress per i costi dell’energia necessaria a produrli, oppure all’elio, un gas la cui fornitura è essenziale per la produzione di semiconduttori e che, in un mercato già di per sé ristretto, rischia di subire scossoni violenti.
Borse in apnea e l’incognita dei mercati emergenti
Apertura debole per i listini dell’Eurozona, insomma, con gli operatori che valutano ogni singola dichiarazione proveniente da Washington. La narrazione di Trump (“il conflitto è quasi finito”) si scontra con la realtà di uno Stretto di Hormuz ancora bloccato e con un’impennata dei prezzi che sta già costringendo le banche centrali a rivedere i propri piani. Se per gli Stati Uniti e l’Europa il problema si traduce in inflazione importata, per i paesi più fragili lo scenario è ancora più cupo. Secondo Matthew Rodger, economista di L&G, se la crisi dovesse protrarsi, i principali sconfitti sarebbero i mercati emergenti più poveri, specialmente in Asia, proprio perché privi della flessibilità finanziaria necessaria per assorbire picchi (anche solo transitori) del costo delle materie prime. Nelle Filippine o in Turchia, penalizzate da un cronico fabbisogno di finanziamenti esteri, il margine di manovra è praticamente nullo. Per contro, ci sono Paesi come Brasile e Malesia – esportatori di greggio – che in questo momento stanno invece beneficiando dei prezzi alle stelle, dimostrando come la crisi stia ridisegnando la geografia dei profitti e delle perdite a livello globale.




